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Pac Man e La talpa

I videogiochi stanno percorrendo la stessa strada dei fumetti, dapprima giudicati roba da bambini hanno assunto nel tempo anche forme molto complesse e articolate. Da questa considerazione è nata l’idea di una recensione che abbina un videogioco e un romanzo. A prima vista potrebbe sembrare una comparazione azzardata, due generi troppo distanti tra loro, ma ultimamente questa presunta distanza è via via diminuita, tanto che non è infrequente trovare ora in libreria romanzi che si basano sulle trame di giochi di successo.

Ho pensato di abbinare due classici, due titoli molto conosciuti e ormai ben inseriti nella cultura popolare: le creazioni di John Le Carré e Tohru Iwatani.

Quali sono gli elementi che accomunano La Talpa e Pac Man? Come può un agente dei servizi segreti inglesi somigliare a una pallina gialla che si abboffa di puntini? Di preciso cosa ti sei fumato prima di scrivere il pezzo?

Queste potrebbero essere le domande che sono nate nella vostra mente leggendo quanto sopra. Cercherò di rispondere: prima di tutto non fumo, nemmeno le sigarette normali. Chiarito questo punto passiamo ai successivi. La Talpa parla della ricerca di un agente segreto russo infiltrato nel MI5, il servizio segreto inglese. Ricerca che è affidata a un uomo messo forzatamente a riposo, che agisce anche per senso di fedeltà riguardo al suo ex superiore, morto a seguito del fallimento nello scoprire l’identità della spia. Un uomo tradito dalla moglie e dagli amici, che ha passato tutta la vita a districarsi in un labirinto di bugie e che ora cerca invano di sfuggire ai propri fantasmi. Pian piano, George Smiley raccoglie brandelli d’informazioni e segue una pista che lo porterà a identificare e arrestare il doppiogiochista.

Ricapitolando: è inseguito dai fantasmi, segue una pista di piccoli pezzi, in un labirinto! Oltretutto si chiama Smiley -come le faccine tonde degli sms- cioè… praticamente è il gemello di Pac Man!

Il videogioco è chiaramente un’allegoria della vita dell’uomo moderno, inseguito dalle preoccupazioni, dallo stress e dai ritmi frenetici della vita (fantasmini). Che spesso deve ricorrere ad aiuti chimici come antidepressivi, vitamine o antidolorifici (le pillole che rendono Pac Man invincibile) per sconfiggere i propri problemi e che, ogni tanto, riesce a raccogliere il frutto della propria fatica -leggasi sesso- (i frutti al centro del labirinto).

Dite che non era proprio questa l’idea di Iwatani? Probabilmente avete ragione e il tecnico della Namco voleva solo creare un passatempo divertente e scacciapensieri. Ma chi lo sa? In fondo ‘sti giapponesi sono imperscrutabili.

I punti di contatto tra gioco e romanzo non si fermano qui, i protagonisti sono entrambi familiari: George Smiley non è un super agente, è un uomo comune, i cui tratti distintivi sono una mente acuta e un’incredibile capacità di sopportazione. Pac Man, dal canto suo, non è altro che una pallina con la bocca.  I nemici di Smiley hanno come nome: Tinker, Tailor, Soldier e Spy (calderaio, sarto, soldato e spia) che è anche il titolo originale del romanzo, sono i soprannomi dato da Controllo, ex capo dei servizi, ai possibili sospettati. Soprannomi derivanti da una famosa filastrocca e che si abbinano bene alle personalità degli uomini indagati. Anche i fantasmini di Pac Man hanno nomi e personalità diverse: c’è Blinky, quello rosso, il più cattivo, che non molla mai la presa; Pinky, quello rosa, il più veloce; Inky, il blu, più tattico degli altri, di solito quello che chiude l’altra estremità del percorso di Pac Man e infine Clyde, lo scemo del gruppo, che fa traiettorie a caso.

Insomma: se avete passato ore a smanettare comandando la pallina gialla e letto le pagine del romanzo di Le Carré, non potrete che darmi ragione; se avete esperienza solo con uno dei due titoli, correte ad aggiudicarvi l’altro e, se non conoscete nessuno dei due, uscite dalla grotta nella quale vi siete rintanati negli ultimi sette lustri!

L’amore degli uomini quadrati

Dopo tanto tempo torno su queste pagine virtuali, e lo faccio per parlarvi di alcuni libri che mi sono piaciuti.

Com’è l’amore dal punto di vista degli uomini schematici, rigidi, quadrati?

Gli scienziati convinti che tutto debba essere fatto con metodo e rigore; gli impiegati ancorati alle loro abitudini che vivono la vita come fossero  tram, obbligati dalle rotaie  a un percorso prestabilito; gli uomini di successo, convinti di aver sempre ragione e che, perciò, vedono la realtà indossando paraocchi.

Mi è capitato per caso negli ultimi tempi di leggere diversi romanzi che trattano quest’argomento, e così mi sono fatto qualche idea in proposito.

 

Il primo libro di cui vi parlo è Noi di David Nicholls, (Neri Pozza) che è stato per me un libro lumaca. Chiamo in questo modo i romanzi che mi fanno immergere così tanto nella storia da farmi sentire, quando li finisco, ricoperto da una specie di bava. Come se tra me e il mondo che mi circonda ci sia un’invisibile barriera, attraverso la quale guardo la realtà da una prospettiva leggermente diversa dalla mia, modificata dai sentimenti suscitati dalla lettura appena finita.

Questo romanzo è capace di regalare al lettore pagine toccanti e estremamente vere:

 

È a quell’epoca, immagino, che risalgono i suoi primi ricordi. O almeno lo spero, perché era un bambino adorato e accudito come pochi, da due genitori che andavano quasi sempre d’amore e d’accordo. Un genitore non può decidere ciò che suo figlio ricorderà da grande, e ci si sente frustrati per questo. I miei fecero del loro meglio per donarmi picnic in giornate di sole e piscine gonfiabili, ma i miei ricordi d’infanzia sono fatti di spot pubblicitari, calzini messi ad asciugare sul calorifero, sigle televisive e discussioni sul cibo. A volte guardavo mio figlio e pensavo: ”Questo devi ricordarlo”

 

A quanti di noi è mai capitato di provare una sensazione simile? Con figli, nipoti o altro. Forse siamo condizionati dall’essere cresciuti guardando film dove tre o quattro scene, con un’adeguata musica di sottofondo, raccontano la storia di un sentimento. E così ci capita, alle volte, di riconoscere in momenti della nostra vita scene simili, che capiamo essere preziose e che vorremmo rimanessero scolpite nella memoria dei bambini tanto quanto, lo sappiamo già, rimarranno scolpite nella nostra. Ovviamente non è così, e questa prima, piccola, discrepanza tra ciò che vorremmo trasmettere agli altri e ciò che in realtà essi apprendono, è l’araldo di tutte le differenze che, con il passare del tempo, creeranno una distanza tra noi e le creature che abbiamo davanti. Se quando sono molto piccoli siamo quasi sempre sicuri di sapere quello che pensano e provano, con l’avanzare degli anni essi diventano ai nostri occhi sempre più imperscrutabili e sorprendenti. Ovviamente, è giusto così, altrimenti il mondo sarebbe fatto di cloni dei genitori. Nicholls descrive però bene il sentimento di un padre che ha difficoltà nel venire a patti con questa realtà.

Douglas, Connie e Albie sono una famiglia, come altre, e come altre vivono anche la fatica dello stare insieme, specialmente perché marito e moglie sono molto diversi tra loro: un brillante biochimico, con difficoltà a esprimere e gestire i sentimenti e una donna estrosa, amante dell’arte e delle feste, convinta che seguire l’istinto e la passione sia l’unica vera maniera di vivere.

Una coppia diversa, probabilmente sbagliata, ma che resta insieme per più di vent’anni, sino a che una sera, poco prima del viaggio in Europa che dovrebbe servire come viatico per il figlio in procinto di andare all’università, Connie dice: “Il nostro matrimonio è arrivato al capolinea Douglas, penso che ti lascerò”.

Così il viaggio si trasforma nell’estremo tentativo del protagonista di riconquistare il cuore dell’unica donna che abbia mai amato.

Mentre procediamo avanti lungo l’itinerario del Grand Tour, Nicholls ci fa tornare indietro nel tempo, raccontandoci la storia di quell’amore. Un romanzo che parla di affetti e d’amore, di un amore che diventa affetto mentre un altro rimane immutato, del senso di spiazzamento che si prova quando un rapporto si rompe a causa di una decisione unilaterale. Parla anche di una famiglia, e di come alle volte sia facile, al suo interno, riuscire a comunicare con chiarezza agli altri membri solo le cose negative, i comportamenti irritanti o le speranze mancate, mentre è molto più difficile esprimere quell’ondata di emozione che ti assale quando li guardi e pensi a quanto li ami. Frasi d’amore mancate, un po’ per pudore, un po’ per non svilire quel sentimento con una continua ripetizione, nel timore che le parole possano logorarsi e perdere di significato se ripetute troppo spesso.

Tutta la storia è vissuta attraverso gli occhi di un uomo razionale, che crede nei viaggi pianificati e nel potere della scienza e della conoscenza, ma che allo stesso tempo è in balia delle proprie emozioni.

Questo conflitto interiore è spiegato in modo altrettanto chiaro, anche se in chiave maggiormente comica, in L’amore è un difetto meraviglioso di Graeme Simsion (Longanesi). Qui la bilancia emozionale del protagonista, Don Tillman, afflitto dalla sindrome di Asperger, propende ancor di più verso la parte razionale e analitica, tanto da spingerlo, nella sua ricerca di una compagna di vita, a elaborare un questionario da proporre alle eventuali candidate.

La sua ricerca non nasce dal desiderio di combattere la solitudine o di riempire un vuoto interiore, ma semplicemente dalla constatazione che:

 

Ulteriori ricerche in proposito confermarono che le argomentazioni di Daphne erano suffragate da prove scientifiche: gli uomini sposati sono mediamente più felici e vivono più a lungo

 

Incontrerà Rosie, il genere di ragazza che otterrebbe un pessimo punteggio nel suo test, e frequentandola per aiutarla a scoprire l’identità del suo padre biologico, rimetterà in discussione la validità delle sue teorie.

Don ci trasporterà all’interno della sua vita fatta di orari precisi, pasti preordinati e dedizione all’efficienza, divertendoci con comportamenti strani e reazioni razionalmente logiche ma emotivamente assurde.

Due storie con protagonisti simili ma con andamenti diversi, così com’è differente la vita del Dott. Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale di Alfonso Celotto (Mondadori). Un uomo di una certa età, venuto a patti con la solitudine, che si è costruito una routine tranquilla e, per lui, soddisfacente.

 

Il dott. Amendola viveva da solo. Gli piaceva la sua metodica e ordinata solitudine, ma ogni tanto sentiva il bisogno di un interlocutore per commentare le partite. Dopo lunghe meditazioni sul possibile compagno, aveva ritenuto troppo oneroso invitare qualcuno a casa. Quindi, assecondando la sua vena nostalgica, aveva messo accanto alla TV una bella foto di Antonio Juliano.

 

Improvvisamente questo zelante e preciso funzionario vede tornare nella sua vita personaggi collegati alla sua gioventù: un vecchio nemico/amico e la figlia del suo grande amore.

La sicurezza donatagli dalle sue abitudini e dal preciso ordine con cui è regolata la sua vita -lavorativa e non- si rivela una barriera insufficiente a contenere il ritorno di sentimenti a lungo soffocati, e assistiamo alla lotta tra la parte razionale, che esige la dignità richiesta dal suo ruolo e dalla sua età e la parte passionale, che impone comportamenti da adolescente e sogni ad occhi aperti.

A tutto questo si unisce una specie di caccia al tesoro legislativa, la ricerca della prima e vera versione di una legge dell’ottocento, che è cambiata lievemente attraverso varie trascrizioni. Seguendo il dott. Amendola nella sua caccia tra antichi archivi e tomi dimenticati –esaurientemente spiegati grazie all’esperienza dell’autore-, lo osserveremo scoprire come l’omissione di qualche parola abbia avuto effetti rilevanti, e lo vedremo combattere per ottenere la paternità di quella scoperta sensazionale -solo per le poche decine di persone in grado di capirne l’importanza-.

Rapporti in crisi, che stanno per nascere e che sono sepolti nel passato, ma che, in tutti e tre i casi, contengono la forza necessaria a scuotere le fondamenta di regole, abitudini e razionalità che costituiscono tanta parte della personalità dei protagonisti.

In tutti i casi l’amore provoca lo scontro tra stili di vita diversi, scontro analizzato e splendidamente esplicitato tramite immagini da David Mazzucchelli, nella sua graphic novel Asterios Polyp (Coconino Press) -opera che ho scoperto grazie alla segnalazione di Nellie Airoldi che trovate qui-. Nei momenti chiave, infatti, i personaggi sono ritratti in maniera speculare al loro modo di affrontare la vita e anche il font usato per farli parlare rimarca le differenze.

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Asterios, architetto di successo, convinto delle sue capacità e della propria intelligenza, vive una vita fatta di solide certezze, forme certe e nette, ed è proprio con queste forme che Mazzucchelli lo ritrae: solidi tridimensionali colorati di un freddo azzurro. Hana, che diverrà sua moglie, è invece un’artista insicura, che brama e teme allo stesso tempo quella visibilità e attenzione nella quale Asterios sguazza continuamente, lei è ritratta in morbidi tratti rosa, curvi e fitti.

L’inizio di questo racconto ci mostra Asterios sconfitto, abbandonato, in fuga da tutto, per poi ripresentarcelo, poche pagine dopo, qualche anno prima, al culmine della sua carriera, circondato da un’aurea di successo e ammirazione. La storia, come nel caso di Noi di Nicholls, procede in due sensi opposti: partiamo con una svolta drammatica e, mentre ne seguiamo gli effetti sul protagonista, scopriamo anche la strada che l’ha portato sino a quel punto.

Com’è l’amore visto dal punto di vista degli uomini schematici, quindi? Come quello visto da tutti gli altri, sembra essere la risposta, complicato, emozionante, magnifico e tremendo. E se alcune storie finiscono male, altre danno speranza o non si concludono, in un gioco dove si può vincere, perdere o persino pareggiare, ma che è sempre bello giocare.

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Agente Atmosferico – III° e ultima parte

Oscar, il suo gatto arancione, gli fece immediatamente presente la necessità di un pasto fresco, e l’IA riferì di aver registrato una comunicazione del suo supervisore. Sdraiato sul suo letto e con in grembo il felino, Kol chiamò la sede centrale climatica.

Sullo schermo comparve il volto del suo maestro, Heli Hammed, la faccia, incorniciata dai capelli e dalla barba bianca, esprimeva preoccupazione:

«Ho appena ricevuto un rapporto del comandante Keller» esordì.

“Quel figlio di loom non ha perso tempo» pensò Kol.

«Posso immaginarne il tono» disse.

«Certe volte non riesco proprio a capire come, con un carattere così, tu sia riuscito a passare il test.» continuò l’altro con aria stanca «Alle volte non fa male piegarsi alle pressioni esterne, adeguarsi. Non dovrebbe essere questa la prima dote di un ufficiale climatico?»

«Mi sono limitato a fare quello che pensavo fosse giusto. Il problema è che il comandante non gradisce la mia autonomia decisionale, e oggi ha chiaramente espresso la sua intenzione di diminuirla»

Così dicendo gli riferì del colloquio avuto con Keller e dell’inquietante minaccia di quest’ultimo.

«Sembra una cosa seria» disse preoccupato Hammed «Parlerò con chi di dovere. Una cosa è volere la collaborazione dell’ufficiale climatico, altro è pretendere di avere parte nelle decisioni o, addirittura, minacciare un nostro agente»

Con il suo solito modo di fare spiccio il supervisore troncò la comunicazione.

Kol si rilassò, soddisfatto, ci avrebbero pensato i suoi superiori a garantire la sua sicurezza. I militari come il comandante spesso non avevano ben chiaro quale fosse il ruolo e la potenza dell’agenzia climatica. Un organismo capace che radunava ragazzini da ogni parte dell’unione e li allevava e preparava per il lavoro di ufficiale climatico. L’ACAA (Agenzia Controllo Atmosferico Artificiale) era come una grande madre: severa ed esigente, ma sempre pronta a difendere i suoi figli.

Chiudendo gli occhi cullato dal ritmico ronfare del gatto, l’unico al mondo che sembrava gradire la sua compagnia, ripensò alle parole di Heli e anche a quelle di Jolly: entrambi avevano fatto riferimento al giorno del test.

 

Aveva circa dodici anni. Insieme agli altri ragazzi della sua camerata all’orfanotrofio era andato in gita al parco degli alberi casa. I loro insegnanti avevano organizzato un piccolo accampamento ai piedi di una collina. Da lassù potevano godere di una vista meravigliosa sulla folta foresta attorno a loro, a poca distanza c’era anche il basso edificio di cemento senza finestre che ospitava i bagni e che aveva un’ampia sala nel caso di brutto tempo. Era stata una giornata molto bella, passata a giocare e a esplorare la foresta. Persino Jolly, il bulletto che lo tormentava continuamente, aveva trovato di meglio da fare che prenderlo in giro.

Improvvisamente, tutto era cambiato. Il cielo aveva iniziato a brontolare, con le nuvole che, sempre più nere, diventavano minacciose. Gli insegnanti parevano essere spariti, e i ragazzi, spaventati, si guardavano l’un l’altro, indecisi sul da farsi. La maggior parte di loro si era messa a correre in direzione dell’edificio di cemento, ma Kol non aveva voglia di rinchiudersi in un edificio chiuso. Così si guardò attorno alla ricerca di un riparo e, proprio a pochi passi, sul fianco della collina, vide una sporgenza rocciosa, piuttosto profonda. Si diresse da quella parte e, raggomitolato al sicuro e all’asciutto contro il fianco della montagna, guardò come se la cavavano gli altri.

Erano tutti sul sentiero che portava alla costruzione, i primi erano già entrati ma la maggior parte si stava affollando davanti alle porte. Distaccato di qualche decina di metri c’era Jolly. Anche da quella distanza riusciva a riconoscere i suoi capelli biondi e la sua aria spavalda. Camminava lentamente e si fermava spesso: allargava le braccia in mezzo alla strada, la faccia rivolta contro il cielo, e lanciava un urlo fortissimo, a metà strada tra una risata e un grido di provocazione.

«Alcuni hanno quel tipo di atteggiamento» gli spiegò quella sera Heli, mentre lo accompagnava verso la sua nuova casa «Sfidano la natura. E ovviamente non sono adatti: persone di quel genere cercherebbero di giocare troppo con il clima, di piegarlo ai loro voleri, senza seguire lo schema naturale. La maggior parte, invece, fugge verso il riparo più sicuro: sono quelli che vorrebbero che fosse sempre bel tempo. Anche loro non vanno bene. Infine ci sono quelli noi» gli disse sorridendo, e, guardando quella barba marrone e quegli occhi intelligenti, Kol si sentì felice di poter finalmente appartenere a qualcuno o qualcosa «quelli che si siedono al riparo di una roccia e si godono lo spettacolo di un bel temporale estivo»

 

Anni dopo aveva lui stesso aiutato a organizzare test di quel genere, studiando le previsioni e inviando sul luogo di possibili temporali delle scolaresche. C’era sempre più bisogno di agenti climatici. Personaggi come Keller potevano continuare all’infinito a sbraitare contro la loro incapacità di adeguarsi alle necessità e ai voleri dell’equipaggio.

Non capivano.

Già dopo i primi anni gli psicologi avevano notato che i programmi per la gestione climatica non davano buoni effetti. Gli spaziali, sapendo che dietro ai cambiamenti climatici c’era un software, non riuscivano a sentirsi veramente a loro agio. Così si era provato a far decidere a degli uomini quale dovesse essere il clima artificiale delle stazioni e le cose erano andate meglio. Forse per via dei ricordi atavici, quando gli uomini primitivi o quelli dell’antichità attribuivano a figure divine, ma dalle fattezze e caratteristiche umane, i capricci del tempo.

Così era nato il corpo climatico.

E lui era tra i loro migliori esponenti, quello sotto la cui supervisione c’erano meno incidenti sul lavoro, meno casi di depressione o di estraniamento da spazio profondo. E questo perché era allo stesso tempo metodico (seguiva con scrupolo l’andamento delle stagioni) e imprevedibile (capace di rovinare un giorno di festa con un violento temporale).

 

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Agente Atmosferico III° parte diDavide Piccirillo è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Agente Atmosferico – II° parte

«Il problema è che quell’uomo non avrebbe dovuto sapere il mio nome.» sbottò Kol irritato «C’è una ragione per cui nelle grandi stazioni spaziali non si divulga il nome dell’addetto al clima. Lei, però, al suo insediamento, ha voluto rendere pubblici i dati di tutti i responsabili della stazione, nonostante le avessi espressamente chiesto di non farlo»

«Me lo aveva detto il comandante Salieri che lei era un tipo particolare. Ho diffuso i nomi proprio in previsione di evenienze come questa. Credevo che ci avrebbe pensato due volte, prima di fare dei colpi di testa del genere. Specie sapendo che avrebbe potuto pagarne le conseguenze. Ma no… lei è il signore del tempo! E allora non si lamenti se poi la gente la tratta così. La prossima volta, forse, sarà lei ad accettare i miei consigli sull’opportunità di pensare al bene della nave»

«Il bene della nave è il mio primo pensiero. E non è suo compito dirmi come svolgere il mio lavoro» ribatté stizzito Toome.

«Non si azzardi a parlarmi in questo modo!» gridò il capitano, gli occhi che quasi schizzavano fuori per la rabbia «Io sono il comandante della stazione!»

«Questo è il suo primo comando in una stazione con un parco biologico» rispose l’ufficiale climatico «mentre io gestisco questo genere di situazioni da più di dieci anni. Avrebbe dovuto prestare ascolto a quello che le dicevo. E per quanto riguarda la punizione che mi ha comminato, voglio ricordarle che gli agenti del corpo climatico sono al di fuori della sua giurisdizione e che ho il grado di comandante. Se insisterà con questo suo atteggiamento ostruzionista mi vedrò costretto a presentare reclamo presso l’ammiragliato.»

La furia negli occhi del capitano sembrò raggiungere livelli mai visti prima, ma rispose tenendo la voce bassa e sforzandosi di esibire un sorriso.

«Ha ragione comandante. Lei non rientra nel novero dei miei sottoposti. Ma la sua sicurezza sì, e il mio timore» continuò guardandolo negli occhi e inserendo un tono minaccioso nella voce «è che la prossima volta, magari, gli agenti potrebbero non riuscire a intervenire in maniera così sollecita. Potrebbero arrivare con una decina di minuti di ritardo, dieci minuti estremamente lunghi se passati tra le mani di qualche bestione infuriato. Mi sono spiegato?»

«Chiaramente» rispose Kol, poi si girò e abbandonò l’ufficio del capitano.

 

Mentre tornava verso i suoi alloggi incrociò una miriade di sguardi ostili, e ricominciò a imprecare contro l’irragionevolezza del capitano. “Piove, governo ladro” era una frase comune alcuni secoli prima e poteva essere adattata anche alla vita sulle stazioni spaziali. L’essere umano aveva bisogno di incolpare a qualcuno per lei capricci del tempo, il problema era che, normalmente, questo qualcuno non era a portata di mano.

Kol affrettò il passo verso l’ascensore che portava alle zone più basse della stazione.

«Ehi tu!» gridò una voce dietro di lui «Agente atmosferico, aspetta.»

Il cuore del comandante Toome manco un colpo, allarmato, ma fortunatamente a parlare, e a chiamarlo con quel soprannome irriverente, era stato “Jolly” Hogeran, un suo vecchio amico. Il tenente Joollan Hogeran lavorava nella sezione comunicazioni, che era vicina al suo alloggio, e lo aveva chiamato solo per chiedergli di tenere aperta la porta dell’ascensore.

«Ho sentito che oggi hai avuto una giornata movimentata» gli disse sorridendo non appena le porte si furono chiuse davanti a loro.

«Hai sentito bene» fece Kol con una smorfia.

«Certo che non ti capirò mai. Cioè, divertente dev’essere stato divertente» disse sogghignando «far scappare come gatti bagnati tutti quelle famiglie con il cestino da pic-nic. Ma cavolo! Adesso conviene che vai in giro camuffato»

Mentre il suo amico continuava a divertirsi alle sue spalle, Kol si sorprese a ragionare circa l’effettiva utilità di un travestimento, ma poi scosse la testa, irritato con se stesso: sarebbe stato patetico.

La porta dell’elevatore si aprì, lasciando entrare il sottotenente Saska Terelj, l’addetta alla sicurezza della prigione.

«Ah, tenente Terelj, sempre più affascinante» la salutò, galante, Jolly.

Alto circa un metro e novanta, biondi capelli tagliati a spazzola, occhi verdi, faccia simpatica e sorriso allegro. Il tenente Hogeran era il playboy della stazione, convinto che nessuno potesse riuscire a resistere al suo fascino.

La ragazza lo salutò con freddezza, lasciando invece scivolare lo sguardo sopra Toome. Fingendo di non notare la scortesia Kol le rivolse un breve cenno col capo.

Quella bellissima ragazza, con il suo fisico snello, i capelli neri tagliati corti, la pelle olivastra e gli occhi blu, aveva sempre avuto la capacità di ridurlo al silenzio. I due s’incrociavano spesso essendo la prigione, al pari del centro di comunicazione, sullo stesso, piccolo, livello dell’appartamento di Kol.

«Com’è andata la festa del salto?» chiese maliziosamente Hogeran «Mi sembrava di aver sentito che saresti andata col tuo ragazzo a fare un pic-nic»

Kol cercò di diventare più piccolo possibile. Ci mancava pure quella!

«E’ andata male» rispose glaciale Saska «Sai com’è, il 24 luglio ci si aspetta un tempo soleggiato. L’ideale per una giornata all’aperto. Invece è venuto giù il diluvio, manco fossimo a novembre»

Mentre Jolly lo osservava cercando inutilmente di reprimere un risolino, l’agente atmosferico si sentì in dovere di replicare.

«A dire la verità, i temporali estivi sono un fenomeno piuttosto frequente. E una delle loro caratteristiche è proprio la violenza e l’abbondanza delle precipitazioni. Di contro, c’è che durano relativamente poco.»

«Sì, durano poco.» rispose lei con aria seccata  «Ma è difficile godersi il resto della giornata se ci si è bagnati come dei pulcini!»

«Il parco è pieno di gazebo e di ripari. Sarebbe bastato rifugiarsi sotto uno di loro per qualche tempo» replicò Kol in un disperato tentativo di difesa.

«E’ quello che abbiamo cercato di fare. Solo che erano tutti strapieni e mi è toccato pure sedare un paio di risse.»

«Ahi!» s’intromise Jolly, con aria allegra «Allora hai lavorato anche nel tuo giorno di riposo»

Toome gli scoccò uno sguardo ostile: quelle affermazioni non lo aiutavano certo. Ma Hogeran era troppo impegnato a divertirsi a spese loro, per preoccuparsi di altro.

«E’ esattamente quello che mi ha detto Jul, il mio ragazzo, quando siamo tornati a casa. Sarà stata la stanchezza, o il nervosismo, ma quella che doveva essere un’occasione per rinsaldare il nostro rapporto è diventata la definitiva causa di rottura»

Un silenzio totale scese sulla piccola cabina. L’agente climatico provava sentimenti contrastanti a quella notizia, da una parte gli faceva piacere che la ragazza fosse tornata libera, dall’altra era evidente che il modo e le ragioni con cui era avvenuta quella rottura non lo mettevano in buona luce. Pensò per qualche istante alla cosa giusta da dire, ma rinunciò. Ogni suo ulteriore tentativo di giustificarsi sarebbe servito solo a peggiorare la situazione.

Fortunatamente le porte dell’ascensore si aprirono, liberandolo dalla necessità di continuare la conversazione.

Si diressero tutti verso le loro destinazioni e il sottotenente, grazie al suo passo sostenuto, li distanziò ben presto. I due uomini ebbero così la possibilità di scambiarsi ancora due parole.

«Sai una cosa? Sono proprio contento di aver fallito la prova, quel giorno. Non t’invidio, Kol» disse l’addetto alle comunicazioni, mentre si salutavano «Il tuo non è un lavoro che agevola la vita sociale. Per esempio dubito che tu e il sottotenente Terelj sarete mai buoni amici.»

Toome fece un sorriso forzato e non rispose, l’altro, ne era sicuro, aveva certamente capito i suoi sentimenti per la ragazza, e quella era un’altra frecciatina, lanciata solo per il gusto di dargli fastidio.

“Magari” ragionò Kol “Anche Jolly era tra le persone sorprese dal temporale”

Quel pensiero lo rinfrancò per qualche secondo, ma ben presto le preoccupazioni e le emozioni di quella giornata lo riassalirono e, con la mente affollata solo dalla voglia di rintanarsi in un posto sicuro, aprì la porta del suo appartamento.

 

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Agente atmosferico – I° parte

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Stazione spaziale Roddemberry, al confine del sistema solare Tiberius K

Kol Toome era seduto al tavolo del ristorante tiberiano sul ponte commerciale tre, intento a gustarsi il dolce di ghist con panna fresca di loom, un piatto di cui andava pazzo. Quando un’enorme ombra calò sul suo tavolo.
«Sei tu Toome?» gli chiese un uomo gigantesco, vestito con una tuta verde che lo identificava come un addetto alla manutenzione.
«Sì» rispose lui, preparandosi al peggio.
Sapeva che non sarebbe dovuto uscire quel giorno, ma la golosità aveva vinto sulla prudenza.
«E sai che giorno era ieri?» continuò l’altro.
«Il 24 luglio»
«Già, il 24 luglio. La festa del salto!» disse l’uomo, accompagnando la frase con una forte manata sul tavolo.
“Se non altro ha attirato l’attenzione” ragionò Kol, vedendo che il proprietario del locale guardava agitato dalla loro parte “Immagino che tra poco arriveranno gli uomini della sicurezza”.
«Sai quant’è importante per noi spaziali la festa del salto? Specie per quelli come me che sono in servizio da più di 200 giorni? Hai idea di cosa significhi?»
«Sono uno spaziale anch’io» gli rispose.
“E sono in servizio da molto più tempo di te” pensò, anche se ritenne più opportuno non dirlo.
«Ah, sei uno spaziale anche tu?» continuò l’altro, guardandosi attorno con aria palesemente incredula «Beh, non si direbbe. Altrimenti non saresti stato così stronzo!»

Il comandante Keller era un uomo sulla quarantina, capelli neri, occhi color marrone e un fisico asciutto dovuto alla disciplina con cui si allenava ogni giorno. Disciplina era la sua parola d’ordine, nella vita personale e sul lavoro. Per questo in quel momento, mentre guardava davanti a se l’ufficiale climatico e un addetto alla manutenzione che erano venuti alle mani in un ristorante, faticava a contenere la furia.
«E’ inconcepibile!» sbottò alla fine «Picchiarsi come dei ragazzini, e in un luogo pubblico per giunta! Quando ho sentito la notizia pensavo si trattasse di qualche turista o di un agente di commercio. Ma due membri del mio equipaggio! Due uomini» continuò dando un’occhiata al monitor davanti a se «d’esperienza, che sono abituati a lavorare nello spazio e che dovrebbero sapere l’importanza di trasmettere un senso di professionalità e fiducia ai passeggeri. Complimenti.»
I due uomini ascoltavano il rimprovero in piedi uno accanto all’altro. Il manutentore; biondo, occhi azzurri, alto più di due metri e con due larghe spalle, aveva l’aria colpevole di un bambino sorpreso a fare una marachella. Toome; sui trent’anni, capelli castani, occhi marroni, fisico asciutto e altezza nella norma, aveva lo sguardo fisso davanti a se e l’aria impassibile, come se le parole del capitano gli scivolassero addosso senza lasciare segno.
«Ho già speso troppo tempo con voi.» concluse infine Keller «Siete entrambi confinati nei vostri alloggi per le prossime tre settimane. I danni al ristorante e il costo dell’intervento della sicurezza vi saranno addebitati in parti uguali. Ma sappiate che, se per un qualunque caso del destino, tornerete di fronte a me per una faccenda del genere, non sarò così comprensivo e vi sbatterò in cella per il resto della vostra ferma!» così dicendo si sedette sulla sedia dietro la scrivania congedandoli con un gesto della mano.
Il colosso biondo si girò e uscì con aria infelice, Toome invece rimase fermo al suo posto.
Dopo alcuni secondi il capitano mostrò di essersi accorto della sua presenza.
«Ho già detto tutto quello che avevo da dire sulla faccenda, Toome. Può andare»
«Con tutto il rispetto capitano, c’è qualcosa che vorrei chiarire. Ho preferito aspettare che fossimo soli.»
«Tipo?» chiese Keller con aria indispettita.
«Beh, per esempio c’è il fatto che io non ho provocato nessuna rissa. Mi sono solo difeso dall’attacco, e questo le potrà essere confermato dai presenti»
«Queste cose non m’interessano. Ha cominciato lui… E’ lui il cattivo… Sulla mia nave tutti i membri dell’equipaggio devono assumersi le loro responsabilità.» continuò fissandolo negli occhi «Sappiamo entrambi quali sono le ragioni di quell’uomo. Per la miseria, era proprio necessario? La festa del salto: il primo giorno di riposo per molti dei miei uomini. Il parco biologico era pieno di famiglie in festa, lei dovrebbe comprendere quanto questo possa essere importante per gli spaziali di lungo corso. E cosa succede? Un temporale. Un violentissimo temporale! Con tanto di tuoni e fulmini! In un bio parco con un diametro di ventisette chilometri e con metà delle famiglie erano nei pressi del centro. Sa cosa vuol dire? Donne e bambini si sono inzuppati fino al midollo, ho le infermerie piene fin quasi al collasso.»
Il comandante cercò di contenere la rabbia che sentiva crescere dentro di se.
«Il tempo è una variabile che sfugge al controllo dell’uomo» rispose Toome.
«Non su una cazzo di stazione spaziale!» esplose Keller «Qui è lei che decide che tempo fa. E’ il suo lavoro. Com’è possibile che le sia venuto in mente di far scoppiare un temporale? In quale parte della sua mente malata ha partorito quest’idea? E cosa si aspettava? Che le facessero i complimenti? E’ logico che quell’uomo fosse infuriato. Lo sarei stato anch’io al suo posto.»

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Agente atmosferico diDavide Piccirillo è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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L’androide dalle mani lunghe – III° e ultima parte –

immagine: “Depressed robot” da http://www.conceptart.com

 

 

Una vera e propria isteria collettiva scoppiò tra la gente. Vennero segnalati centinai di casi di comportamento scorretto del W4, un paio di donne affermarono persino di essere state violentate dall’automa anche se -ovviamente vista l’impossibilità per gli automi di poter fare del male agli umani- le loro affermazioni si rivelarono false.
Su internet si moltiplicarono i video in cui gli autori si divertivano a mettere l’androide nelle situazioni più assurde e a registrarne poi le reazioni.
Tutto questo si ripercuoteva su di me. La gente m’identificava come il padre degli strani comportamenti dell’automa, dando per scontato l’assioma “se il W4 si comporta così vuol dire che anche lui lo farebbe o lo fa”. Diverse signore con le quali, sino ad allora, avevo sempre avuto rapporti piacevoli e all’insegna della correttezza, si ritrovarono preda dell’angoscia quando ero nelle vicinanze, evitavano di incontrarmi e persino di salutarmi, nel timore che potessi cedere ai miei istinti più bassi e renderle oggetto di pesanti avance.
D’altro canto per parte della popolazione femminile esercitavo un fascino quasi irresistibile. Alcune donne si proponevano a me in maniera sfacciata, attratte dalla mia fama di cattivo ragazzo e io, pur non essendo interessato a molte di quelle fanatiche, devo ammettere che cedetti alla tentazione di “tastare con mano” la bontà delle argomentazioni di alcune di loro: le più giovani e belle.
Questo causò la rottura del matrimonio con mia moglie e la conseguente erosione di una discreta parte del patrimonio, a causa del divorzio.

«C’è un errore di fondo nella programmazione. Per qualche ragione, dopo un certo periodo d’attività, l’androide sviluppa un impulso irresistibile verso determinate zone del corpo femminile» fu la spiegazione che Ferrandini diede durante la conferenza stampa in cui l’AT, circa sei mesi dopo l’incidente, annunciò il ritiro dal mercato del modello W4.
Accolsi la notizia con piacere, finalmente sarei potuto tornare a una vita normale. Ci sarebbe voluto del tempo per far placare tutto il polverone su quell’affare ma, piano piano, le cose per me si sarebbero rimesse a posto.
Sbagliavo nuovamente.
I dirigenti dell’AT erano arrivati alla conclusione che l’errore nell’intelligenza artificiale era sicuramente da attribuire a me e alla mia psiche malata e, quindi, mi fecero causa. Chiedendomi di riparare in parte ai danni derivanti dalla catastrofe del W4.
«Se proprio devo rinunciare ai miei soldi, piuttosto che darli a loro li spendo tutti in avvocati!» dissi incautamente davanti al mio legale di fiducia.
Mi prese in parola.
Devo ammettere che trovai brillante la strategia del mio avvocato. Decise da subito di non avventurarsi sulle responsabilità dei comportamenti del W4, ma di spostare la discussione sulle strategie dell’AT.
«Se l’azienda ritiene di aver subito dei danni a causa del ritiro e del rimborso dei suoi prodotti,» disse durante l’arringa finale «questi sono da addebitarsi esclusivamente alle sue politiche di mercato e non a delle colpe del mio assistito. È vero, in taluni casi, i W4 hanno dei comportamenti inusuali, ma tali comportamenti non hanno mai messo in pericolo nessuno dei clienti dell’azienda né hanno mai impedito agli androidi di portare a termine i compiti loro assegnati. Quindi, a rigor di garanzia, non sussistevano i presupposti per obbligare l’azienda a sostituire gli automi. La scelta di ritirare i W4 dal mercato è stata dell’Androidi Tecnologici Spa. Non intendo entrare nel merito di tale decisione, mi limito a costatare che non è corretto, ora, voler addebitare i costi di quest’operazione di marketing sulle spalle del mio cliente»
Gli avvocati dell’AT, già pronti a battagliare a suon di perizie psichiatriche e testimonianze dei più grandi esperti di software, furono spiazzati da questa mossa, e non riuscirono a opporre un’adeguata resistenza.
Tra primo, secondo e terzo grado, il processo andò avanti per più di cinque anni, prosciugando quasi completamente il mio conto in banca. Alla fine il giudice mi diede ragione e obbligò l’AT a risarcirmi per le spese legali anticipate.
Finalmente la fortuna sembrava essere tornata a sorridermi, il giorno della sentenza uscì sul balcone del mio piccolo appartamento -quello lussuoso in cui abitavo con mia moglie avevo dovuto venderlo tempo prima- e brindai felice, rivolto al cielo -o almeno a quella piccola parte di cielo che era possibile vedere attraverso la cupola-.
In ultimo uscì fuori che anche gli avvocati dell’AT erano in grado di avere colpi di genio, infatti convinsero il giudice che, vista la nostra posizione, e cioè che gli androidi fossero perfettamente funzionanti e in grado di svolgere i loro compiti, ritenevano giusto e adeguato saldarmi il conto delle spese legali in natura, consegnandomi 3500 modelli di W4 -gli unici scampati alla demolizione- il cui valore nominale era persino più alto della cifra pattuita come rimborso. Con mio sommo stupore e disappunto il giudice ritenne valido il loro ragionamento.

Dodici anni fa ero un impiegato di medio livello di una controllata dell’AT, un po’ a corto di soldi a causa della tendenza di circondarmi con oggetti al di sopra delle mie possibilità economiche ma, fondamentalmente, sereno e appagato dalla mia vita, non eccessivamente stressante, passata in compagnia di mia moglie.
Ora guadagno meno di quanto guadagnassi allora, sono solo come un cane e passo tutto il tempo cercando di affittare al miglior offerente degli androidi con la tendenza ad allungare le mani.
Forse in tutto questo c’è una morale ma, sinceramente, io non riesco a trovarla.

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L’androide dalle mani lunghe – 3° parte diDavide Piccirillo è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://piccoliscritti.com/2015/10/13/landroide-dalle-mani-lunghe-iii-e-ultima-parte/.