Mese: luglio 2014

Scelte

 

Il letto è sommerso dai vestiti. Paola li osserva e, ancora una volta, si domanda come sia possibile che una serie di capi ordinatamente piegati, possa originare un tale casino.

La valigia, posta al centro del lato sinistro del letto, sembra diventare sempre più piccola davanti ai suoi occhi.

«Devo scegliere cosa portare via» pensa «Ma è così difficile!»

“Il maglione di lana. Ecco, questo potrei lasciarlo. Ma se poi c’è una giornata di brutto tempo? Che faccio, mi prendo una polmonite? No. Il maglione viene con me. L’abito lungo. Forse me ne basta uno. Massimo due. In fondo è solo una settimana. Però è un hotel di lusso, e noi abbiamo prenotato la pensione completa. Tutte le sere mangeremo al ristorante dell’albergo, insieme agli altri clienti. Posso farmi vedere sempre con gli stessi abiti? Farei la figura della poveraccia. No. Gli abiti devono essere almeno sette, come le serate.

Ecco, magari gli accessori. In fondo perché dovrei portarmi il ferro da stiro? Ci sarà pure un servizio di lavanderia/stireria nell’albergo. Ma chissà quanto costerà. Pino ha già speso un capitale per questa vacanza. No, no. Devo cercare di limitare le spese inutili”

Paola guarda di nuovo, sconsolata, la marea di vestiti che ha di fronte. Nei suoi occhi all’improvviso si accende una luce determinata, mentre le piccole labbra si stringono con fare deciso.

«Devo ricominciare tutto!» dice a voce alta e con determinazione -più che altro per convincere il proprio subconscio-.

«Ci vuole ordine! In fondo non posso farmi mettere in crisi da una valigia!Basta procedere con metodo»

 

Il sole splende sopra le palme che circondano la piscina, posta proprio di fronte alla loro finestra. Pino si riempie i polmoni di quell’aria calda e profumata di mare e, con un sorriso stampato sulla faccia, grida verso la moglie, che, in bagno, si sta asciugando dopo aver fatto una doccia.

«Hai visto dove ti ho portato? Che posto! Sai che ti dico? Adesso mi metto il costume e mi tuffo in piscina!»

Si guarda intorno alla ricerca della valigia, la prende, la mette sul letto, la apre e inizia a frugare al suo interno. Per prima cosa tira fuori un maglione di lana.

«Ma che?! Ti sei portata un maglione? Ai Caraibi? Ma sei matta?»

«E questo cos’è?» esclama stupito.

Solleva il ferro da stiro tenendolo per il filo, simile a un cuoco che osserva schifato un topo

caduto nella zuppa.

«Oddio. Anche il ferro da stiro… Ci credo che questa valigia pesava un accidente»

«L’ho sempre detto che non sai fare le valigie. Non riesci mai a scegliere cosa lasciare a casa. E’ per questo che volevo esserci anch’io. Ma tu: “No, non è necessario, faccio da sola” E questo è il risultato!» borbotta scuotendo la testa.

«Vabbè, non devo rovinarmi la vacanza, prendiamo ‘sto costume e dimentichiamoci tutto tra un tuffo e un bicchiere di Mojito… Ma dove?… Paola, Paola dove hai messo i miei costumi? Qui vedo solo roba tua… Non vedo nemmeno i pantaloni… O le camicie…-

«Paola» sussurra con una nota di terrore nella voce, una volta finito di esplorare il contenuto della valigia «Dov’è la mia roba?»

Lei esce dal bagno con lo sguardo puntato verso il pavimento e, allargando con fare sconsolato le braccia appena visibili tra le maniche dell’accappatoio, risponde:

« Non c’era posto per tutto…»

 

 

 

fonte immagine: viaggi.libero.it

Licenza Creative Commons
Scelte di Davide Piccirillo è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Le mie ricette recensioni

Collaboro con finzioni magazine, co-curando una rubrica di abbinamenti tra ricette e libri. Questa volta la scelta è caduta su un romanzo che parla di calcio (colpa dei mondiali) e su una freschissima torta con ricotta e fichi. Se siete interessati la potete leggere a questo link:

http://www.finzionimagazine.it/extra/letto-e-mangiato/crostata-mondiale/

Microdramma

«Sei proprio un babbo!»

Dieci a uno che è questo che mi dirà il Cino. Diventerò il caso umano della scuola. L’unico idiota che si è fatto beccare allo “sBARellato”.

E dire che ho visto bambini di otto anni fregare tre o quattro pacchi di caramelle da sotto il naso del titolare e lui niente. Probabilmente con tutta la roba che si è calato negli anni, gli si è fritto il cervello.

L’unica volta che ci provo io, invece, mi becca! Ed è pure saltato fuori che è un vecchio amico di mia madre. Così invece della sola figuraccia con annesso predicozzo, ‘sto rimbambito ha pure chiamato i miei. Non voglio nemmeno pensare alle menate che mi faranno. «Perché?», «I soldi per comprartelo li avevi…», «Come hai potuto?», e via così.

Che gli posso dire: «I soldi li avevo ma preferivo tenerli», «Lo fanno tutti i miei amici, e io ero l’unico che si faceva delle menate»

No, meglio stare zitto e beccarmi la mia punizione con aria afflitta e dispiaciuta.

E cavolo se sono dispiaciuto! Sono qui, seduto su una sedia del locale, con il barista che mi guarda male e il proprietario che, sono sicuro, ogni tanto gira la faccia per non far vedere che gli viene da ridere.

Sarà divertente per lui!

Che bisogno ne avevo? Non devo dimostrare niente a nessuno, se a loro va di fregare la gente che lo facciano, ma io, se voglio un pacchetto di caramelle, me lo compro.

A parole.

Ma dopo tre mesi che continuavano a martellarmi… L’ho fatto solo per smetterla di sentire i miei amici.

See, chi voglio prendere in giro. Mi sono fatto tirare dentro come un cretino, e poi, lo facevano tutti!

Solo che non saranno stati così impediti come me, sembravo un bradipo!

Allunga la mano, non guardarlo in faccia ma sbircia che cosa sta facendo, ritira la mano, ma continua a non guardarlo, fai l’indifferente, prendile velocemente, ma non guardarlo, ficca la mano in tasca, ma soprattutto non guardarlo, e poi l’ho guardato: e lui mi fissava, con aria di disapprovazione. Mi aveva beccato.

Ma sì, in fondo mica ho ammazzato qualcuno. Come che si dice in questi casi?  E stata una ragazzata. Beh, non poteva dirlo pure questo qui? No. Lui chiama i miei genitori!

Quasi quasi era meglio la polizia.

Sì, sì, io dico «era così per provare, lo fanno tutti», non è che mi può ammazzare. Però… se dico così, va a finire che risponde «Ma che razza di gente frequenti?»  capace che mi obbliga a non vedere più gli altri… porca miseria! Devo inventarmi un’altra scusa.

Quella è la macchina dei miei? No, meno male.

Mancherà poco che arrivano, sembra una vita che sto qui. Dai, pensa!

Una scommessa! Sì, ma con chi? Beh, magari posso dire che l’ho fatta con uno che mi sta sulle scatole. Così pure se mi vieta di vederlo che mi frega. Però faccio la figura del pirla. Uno mi dice che non sono capace di fregare un pacchetto di cicche e io, da ebete, lo faccio…

Ma tanto la figura da ebete la faccio comunque… E poi, se vogliamo essere onesti, è proprio quello che ho fatto.

E così chi li tiene più, «E se uno ti dice di buttarti sotto un treno…»

No. Mi serve qualcos’altro. Un impulso incontrollabile!

Sì, così poi va a finire che mi manda dallo psicologo.

Aaargh! Devo pensare a qualcosa!

Eccola che arriva. Porc… che dico adesso? E’ entrata, è andata subito a parlare col tizio.

Non mi ha nemmeno guardato. Cosa fanno ora? Si sono messi a parlare dietro l’espositore delle patatine. Non riesco a vederli. Magari se mi sposto un po’. Ecco. Da qui almeno vedo la schiena di mamma. Sta sussultando. Non starà mica piangendo?

Dai, per favore! E’ solo un pacchetto di cicche! Non ho mica scippato una vecchietta!

Aspetta, magari ride. Sta ridendo? Beh, non è carino, ma almeno vuol dire che la presa bene. Verrà qua, mi dirà: «Alzati cretino, e vai a chiedere scusa a Carlo» o Giuseppe o Casimiro o come cavolo si chiama ‘sto tizio, e sarà finita qui.

Eppure non mi sembra che stia ridendo, ma neppure piangendo, magari ha solo il singhiozzo.

Che cavolo, sto andando in paranoia! Vi sbrigate o no?

Ecco! Si è girata a guardarmi. Dalla faccia non riesco a capire se è arrabbiata o no. Certo non sembra contenta, ma nemmeno nera. Eppure di solito riesco sempre a capirla, ora invece mi sembra di guardare una di quelle giocatrici che si vedono nelle partite che danno in Tv, mancano solo gli occhiali da sole.

Da dove ha tirato fuori ‘sta faccia da poker? Mia mamma: la giocatrice d’azzardo.

Vabbè, smettila di pensare ‘ste assurdità. Ha ripreso a parlare con il tipo. Ora li vedo meglio, lui continua a annuire. Bene, gli starà dicendo che non è il caso di farla troppo lunga, che è stata solo una ragazzata e che promette che non lo farò più. E, in effetti, non ho più intenzione di mettere un piede in questo bar. Ha perso un cliente. Anche se mi sa che va bene pure a lui se non mi vede più.

Ok, ok, mamma sta arrivando. Si è seduta davanti a me al tavolo e mi guarda con ‘sto nuovo sguardo indecifrabile.

«Sei un cretino»

L’ha detto così, con tono neutro, non per offendermi più che altro come una constatazione.

«Ho fatto una cretinata» puntualizzo.

«Mi sono messa d’accordo con Sandro, non sporgerà denuncia»

See, denuncia! Per chi mi ha preso? Vabbè che sono scosso per essere stato beccato, ma da qui a bermi che il tizio voleva addirittura sporgere denuncia.

«Per punizione, per farti capire l’importanza di non rubare in generale e, in particolare, perché tu capisca quanto sia odioso farlo a scapito del lavoro degli altri. Abbiamo deciso che verrai qua a lavorare il sabato pomeriggio. Sino a quando non avrai rimborsato Sandro di tutto quello che gli hai preso senza pagare»

«Ma sei impazzita! Cosa sono? I lavori forzati?» non posso trattenermi da dire, beccandomi uno sguardo di fuoco da parte di mia madre.

Poi mi viene in mente che ho preso solo un pacchetto di gomme, che varrà sì e no ottanta centesimi.

«Ok, scusa, scusa. Non volevo dire impazzita. Me lo merito» dico fingendomi rassegnato «Ma è la prima volta che gli ho preso qualcosa, giuro. Quindi? Quanto devo fare? Dieci minuti? Un quarto d’ora?»

«No, no. Sino a quando non avrai imparato abbastanza di questo mestiere, le tue ore non avranno valore. Di certo non ti puoi aspettare che qualcuno ti paghi per un lavoro che non sai fare»

«Che vuoi dire? Prima devo lavorare per imparare? E se quello dice che non imparo mai che faccio? Lavoro qui tutta la vita per ripagare uno stupido pacchetto di gomme?»

«Non ti preoccupare, conosco Sandro, non farebbe mai una cosa del genere. E’ una persona onesta»

Non aggiunge “lui” ma è come se lo facesse.

«Eddai mamma! Non posso mica passare qui dentro tutti i sabati pomeriggio»

«Sei tu che ti sei messo a rubare, non te l’ho detto io di farlo. Comunque, se non vuoi venire a scontare la tua punizione vorrà dire che resterai senza paghetta da qui alla fine dell’anno scolastico e che a Natale doneremo in beneficenza i soldi per i tuoi regali»

Porca miseria! E’ un ricatto bello e buono! E’ lei che si meriterebbe di essere denunciata, dovrei chiamare il telefono azzurro.

Già, ma poi che gli dico? Ho rubato in un negozio e mia madre non mi da più la mancia?

Quelli sentono tutto il giorno storie di bambini picchiati dai loro genitori senza motivo, come minimo mi dicono che me lo merito.

«Ok» cedo «Verrò a lavorare qui»

 

E’ il quarto sabato che lavoro allo Sbarellato. All’inizio è stata dura, il barista mi ha messo a fare tutti i lavori più pesanti e schifosi, ma poi Sandro è intervenuto e gli ha detto di andarci piano e di farmi provare a lavorare con la macchina. Devo dire che fare caffè e cappucci è più divertente di quello che pensavo. Certo, i primi non mi sono venuti un granché, ma ora riesco a farne di passabili, stando a quello che dice Sandro, che è l’unico che li beve, dice che è meglio che sia così.

«Almeno sino a quando non saremo certi che non avveleni i clienti»

Il tipo è più simpatico di quello che credevo, ha avuto una vita incasinata da ragazzo, ora si è messo a posto. Ha una moglie e una bimba piccola che ogni tanto passano dentro in negozio a trovarlo e una macchina scassatissima. In generale non è che se la passa troppo bene, ma non si lamenta mai ed è sempre gentile con i clienti.

Onestamente più passa il tempo e più mi spiace aver provato a fregarlo, cavolo, in pratica a soldi sto messo meglio di lui, cioè in realtà sono i miei a essere messi meglio, ma la sostanza è quella.

A scuola, appena hanno saputo di quello che era successo e che mi toccava fare è scoppiato il finimondo, la metà dei miei amici mi ha dato del cretino per essermi fatto beccare e l’altra metà per aver provato a rubare. L’unica cosa su cui erano tutti d’accordo era che mi meritassi la punizione. E, in effetti, me la merito, ho scoperto che non è poi così vero che rubano tutti, è una specie di leggenda metropolitana, la maggior parte dei ragazzi entra e paga: a parte qualche cretino che si fa tirar dentro dagli amici.

Licenza Creative Commons
Microdramma di Davide Piccirillo è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://piccoliscritti.com/2014/07/07/microdramma/.