Mese: novembre 2014

Corpo diplomatico – Parte I –

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«Ambasciatore Iohel, è tutto pronto»

«Bene Safa, arriverò tra pochissimo»

Ento Iohel si osservò con aria critica nello specchio della sua lussuosa cabina. Aveva ormai raggiunto la cinquantina e il fisico, un tempo asciutto e muscoloso, era ora appesantito dalle lunghe e pesanti – in ogni senso – cene diplomatiche. La faccia era simpatica, con il lungo naso che sembrava voler indirizzare lo sguardo dell’osservatore verso le folte sopracciglia che rendevano più serio lo sguardo dei suoi grandi occhi marrone.

Pochi giorni prima la sonda mandata su Herren aveva lanciato un segnale di avvenuta decodifica e come sempre in questi casi il Gran Consiglio aveva inviato la nave ambasciata più vicina per procedere con il primo contatto.

Primo contatto. Due parole che significavano così tanto. Un evento storico, la conferma, per le civiltà che lo ricevevano, dell’esistenza di altre forme di vita nell’universo. Essere parte di un primo contatto bastava a farti entrare nella storia, era la massima aspirazione per ogni membro del corpo diplomatico.

L’odierna era l’ultima sonda di decrittazione di linguaggio tra quelle che erano state lanciate, ed era quindi ragionevole pensare che, per la generazione di ambasciatori di Ento, quella fosse l’ultima possibilità per operare un primo contatto.

Forse, negli anni a venire, altri ambasciatori avrebbero eseguito nuovi contatti, ma sarebbe diventato sempre più raro. Le navi ambasciata si sarebbero dovute spostare sempre più lontano e avrebbero affrontato la concorrenza delle navi di altri pianeti in posizione più comoda. Di lì a non molto il Gran Consiglio avrebbe giudicato poco remunerativo continuare a compiere missioni di quel tipo e, come già avevano fatto le razze della parte più centrale dell’Unione Interplanetaria, avrebbero concentrato gli sforzi del corpo diplomatico sul versante commerciale.

La loro breve epoca da colonizzatori era ormai al tramonto.

Ento sentì l’usuale eccitazione al pensiero del compito che lo attendeva. Ora che la sonda era riuscita a recuperare i dati necessari a far funzionare il traduttore universale era giunto il momento di rivelarsi agli abitanti. Ento trovava poetico il fatto che toccasse proprio a lui, che era stato il protagonista del primo contatto fatto con la Terra nel ruolo di colonizzatore, chiudere quella stagione di espansione diplomatica.

Lentamente si alzò dalla poltrona e si avvicinò all’armadio che conteneva la sua uniforme di gala. Per prima cosa prese i pantaloni e li infilò con cura, poi passò alle scarpe, lucide e splendenti. Come sempre, una volta essersele infilate, mosse per un po’ le dita dei piedi per saggiarne la comodità, un vezzo che si portava dietro da anni, convinto che gli portasse fortuna. Quell’operazione gli fece tornare alla mente la sua prima volta nel ruolo di colonizzatore. Il primo contatto su Castore.

 

Ricordava come il cuore gli martellasse nel petto mentre il raggio antigravità della “De Groot”, la nuovissima nave ambasciata, la prima mai costruita dalla Terra e che conteneva il meglio della tecnologia del loro pianeta, lo faceva planare lentamente sul suolo.

Solo pochi giorni prima era stato raccolto il segnale della sonda decodificatrice e la De Groot si era diretta a tutta velocità verso la destinazione.

“La tempestività è tutto!” Era questa la frase che aveva guidato i passi del giovane Ento in quella missione, quelle parole erano state dette da uno dei più famosi diplomatici Treyy durante una lezione all’accademia dell’Unione. I segnali delle sonde potevano essere raccolti anche da altre razze appartenenti all’unione, che avrebbero potuto scippare il primo contatto e tutti i privilegi e i guadagni che ne derivavano.

“In diplomazia tutto è concesso” era l’altra frase che amava dire il suo professore e, in effetti, era vero. L’unica regola era che si dovesse aspettare che la sonda decifrasse il linguaggio dei nativi, la possibilità di comunicare era essenziale, anche ai fini di porre rimedio a eventuali sbagli degli ambasciatori. Eseguire un primo contatto in assenza di completa codifica non solo rendeva nulli gli accordi commerciali e i benefici derivanti dalla scoperta, ma innescava anche una serie di misure punitive: le navi ambasciata erano requisite e i loro diplomatici costretti a viaggiare su navi di linea e solo per svolgere la normale amministrazione.

In ogni caso loro erano a posto, avevano regolarmente attraccato dopo aver ricevuto il segnale e ora, per la prima volta nella storia, la Terra stava per comunicare con una razza sconosciuta all’Unione.

Nel posare il proprio piede sul suolo di Castore, Ento si sentì come un novello Neil Armstrong, quello era un grande passo per l’umanità!

Un passo che l’avrebbe fatto entrare nella galleria dei grandi personaggi della storia.

Avevano usato una procedura standard, l’astronave l’aveva posato in un largo spiazzo del più grande agglomerato urbano e aveva creato intorno a lui un campo di forza per alcune centinaia di metri. Nel frattempo avevano trasmesso l’usuale messaggio usato dai dignitari dell’Unione per presentarsi, chiedendo un colloquio con un rappresentante delle istituzioni.

Sapevano poco dei castoriani. Come sempre accadeva in quei casi la necessità di arrivare per primi vinceva sopra la prudenza, tutta la responsabilità di condurre a buon fine le trattative era sulle sue spalle ma Ento era pronto a gestirla. I suoi sette anni nell’accademia non erano passati invano: si era diplomato al primo posto nel suo corso, raggiungendo punteggi record, si era sottoposto a condizionamenti mentali che lo rendessero immune da manifestazioni di paura o ribrezzo davanti all’aspetto fisico degli alieni e aveva appreso tutti i segreti dell’alienologia.

La sua unica reazione all’abbassamento del campo di forza e all’avanzare dei nativi di Castore fu quindi quella di prendere un bel respiro e di cercare di contenere l’entusiasmo che sentiva al suo interno.

I castoriani pur essendo una razza terrestre ricordavano a Ento degli animali marini, la parte superiore era molto simile al pesce razza ma, sotto di essa, partivano cinque tentacoli, simili a quelli dei polpi o delle seppie. Nel complesso gli sembravano esseri simpatici e, durante quel primo colloquio, tutto lo portò a confermare quell’impressione. Stava andando tutto a meraviglia, neanche fosse un’esercitazione dell’accademia! Si trovarono d’accordo su quasi tutto e, alla fine, quando Ento vide il tentacolo anteriore del dignitario castoriano sporgersi verso di lui, gli venne naturale intercettarlo con la sua mano destra ed esibirsi in una vigorosa stretta di mano.

All’improvviso un acuto lamento lacerò l’aria: il dignitario alieno si afflosciò davanti a lui ed Ento si trovò circondato e portato via a viva forza da quattro castoriani armati in ogni tentacolo.

Appena prima di sparire sotto quella massa di corpi ebbe la prontezza di ordinare al capitano della De Groot di non reagire in alcun modo, di contattare il Gran Consiglio e di aspettare ulteriori ordini da loro o da lui.

Nelle ore successive fu sottoposto a un duro interrogatorio: lo spogliarono privandolo di ogni forma di comunicazione con la nave e insistettero per sapere perché – quando il loro governante si era sporto per aspirare il suo odore e l’essenza, quale suggello degli accordi appena presi – lui avesse reagito afferrando la testa del loro dignitario e schiacciando il suo cervello in una presa mortale.

Ovviamente lui aveva dichiarato la sua innocenza, spiegando che era stato un errore in buona fede perché il gesto di stringere quello che lui credeva essere un normale arto, era un’usanza del suo pianeta.

I castoriani si dimostrarono scettici, non credevano alle sue scuse, non riuscivano a capire la motivazione di un gesto così folle e lo interpretarono come un tentativo d’intimidazione della loro specie da parte di quei nuovi arrivati. Decisero quindi che andava punito severamente, per dare un segnale, e lo condannarono a morte. Per la precisione sarebbe stato giustiziato in pubblico mediante decapitazione.

Il giorno successivo fu portato in una specie di grande stadio, pieno fino all’inverosimile di castoriani, lì fu fatto salire su di un palco posto a diversi metri da terra e costretto a sdraiarsi su una lastra di pietra cui fu legato. Poi uno degli alieni si avvicinò stringendo in un tentacolo una grande lama che, con velocità fulminea, calò su di lui.

Un lampo bianco di dolore accecò gli occhi dell’ambasciatore terrestre e un urlo di sofferenza scaturì dalla sua gola. Mentre ancora poteva sentire il dolore spandersi per tutto il corpo, una parte della sua mente si rese conto del rumore dei raggi stordenti e delle grida umane che attraversavano l’aria intorno a lui.

La comandante Anna Giveto aveva organizzato una squadra speciale per recuperarlo e, non appena era stato portato all’aperto ed era stato possibile localizzarlo, l’aveva inviata in suo soccorso. I militari lo liberarono dai suoi legami e lo trasportarono sull’astronave il più in fretta possibile.

Nei giorni seguenti, mentre veniva curato nell’infermeria della nave ambasciata, le cose si calmarono e l’incidente poté essere superato. Anche grazie al fatto che i castoriani avevano potuto vedere con i loro occhi che, nonostante il piede di Ento fosse stato tagliato via, l’ambasciatore aveva continuato a vivere. Rendendo più credibile le sue affermazioni circa il fatto che non in tutte le razze il cervello si trovasse nell’arto inferiore destro.

 

Ancora oggi Ento guardava il piede bionico che aveva sostituito l’arto originale con una sorta di benevolenza, era proprio a causa della mutilazione subita che la sua carriera non era terminata dopo quell’episodio. Il Gran Consiglio non se l’era sentita di punirlo ulteriormente, e si era limitata a tenerlo lontano dalle zone più interessanti per un po’ di tempo, tanto che il suo secondo primo contatto ebbe luogo solo cinque anni dopo.

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Corpo diplomatico – parte I di Davide Piccirillo è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.