L’androide con le mani lunghe – Parte I

Mi era sembrata un’ottima idea, una maniera facile e indolore di guadagnare dei bei soldi.

Era cominciato tutto con un questionario, la mia ditta, una controllata della AT, li aveva distribuiti a tutti i dipendenti. Come premio per la compilazione ci sarebbe stata accreditata una somma di quaranta crediti nella successiva busta paga. “Perché no?” mi ero detto, quei soldi mi avrebbero fatto comodo. Un mese dopo fui chiamato nell’ufficio del direttore, dove un dirigente dell’AT mi fece un’offerta clamorosa: un milione di crediti per partecipare a un esperimento innovativo. Sarebbe stato completamente indolore e non avrebbe messo a rischio in nessun modo la mia salute. Inutile dire che accettai.

Il giorno scelto per l’operazione mi sentivo piuttosto nervoso, era come se avessi il presentimento che quella decisione si sarebbe rivelata tremendamente sbagliata. Ovviamente, come ogni buon uomo del 2134, relegai il tutto a una forma di ansia da prestazione.

Bisognerebbe dare ascolto ai nostri istinti ogni tanto, in fondo sono loro che hanno permesso al genere umano di sopravvivere e prosperare per migliaia e migliaia di anni, ma allora avevo ancora pienamente fiducia nel mondo moderno, nella tecnologia e nell’ingegno umano. Che fesso!

L’AT aveva la propria sede in un enorme palazzo in centro e fu lì che mi recai. Fui accolto da una graziosa ragazza che mi accompagnò nella sala d’attesa più lussuosa che avessi mai visto: divani in vera pelle, pavimento in legno autentico e un sofisticato impianto d’illuminazione che replicava in modo quasi perfetto la luce naturale (non che io avessi mai visto la luce naturale, avevo sempre passato la mia vita all’interno delle cupole milombardiane). Vidi la mia immagine riflessa nello specchio: Mario Quartelli, un uomo comune. Altezza media, capelli neri che lasciavano sempre più spazio alla pelle del cranio, occhi marroni, naso a patata e una faccia leggermente paffuta.

«Il dottor Ferrandini arriverà subito» mi comunicò la receptionist «Nel frattempo posso portarle qualcosa? Una bevanda? Del tè? Un bicchiere d’acqua minerale?»

Acqua minerale! Quello sì che era un servizio extra lusso! Tutta quella scena serviva per impressionarmi, per farmi capire che la loro era una grande multinazionale ricchissima, che erano dei colossi dell’industria e che, se si stavano lanciando in quell’esperimento, lo facevano con cognizione di causa e con la massima attenzione. Ci cascai in pieno.

Bastò l’offerta dell’acqua minerale, proveniente da una delle pochissime fonti libere dall’inquinamento, imbottigliata appena uscita dalla sorgente: un’acqua terribilmente diversa da quella ripulita, filtrata e perpetuamente riciclata presente nelle condutture a circuito chiuso delle megatropoli. Quel mezzo bicchiere di liquido costosissimo poté più della successione di corridoi eleganti, macchinari ultramoderni ed enormi laboratori che il dottore mi fece attraversare per giungere a destinazione.

«Eccoci qua!» esclamò Ferrandini una volta entrati in una stanza gigantesca, al cui centro stava una grande cupola di cui si poteva vedere solo l’uniformità della liscia superficie di plastica che la ricopriva. A un certo punto però era presente un’apertura, dalla quale, sbirciando all’interno, s’intravvedeva una serie interminabile di monitor.

«Questo è il mio regno» annunciò con malcelato orgoglio il professore «è qui che ci occuperemo di prelevare ed elaborare i dati. Come può vedere si tratta di una struttura all’avanguardia»

Annuii in segno di comprensione, più per buona educazione che per una reale convinzione, e dedicai qualche secondo a studiare con aria da intenditore il macchinario.

«Impressionante» dissi infine, recitando le parole che si attendevano da me.

«Già.» rispose il dottore con aria compiaciuta «E’ una meraviglia, e sarebbe sorpreso di sapere quanto in profondità possa riuscire ad andare.»

«Ma ovviamente» riprese, sottraendosi a fatica dal sogno ad occhi aperti che stava vivendo «Noi resteremo in superficie. Già così facendo eseguiremo un esperimento molto innovativo e dalle conseguenze non pienamente prevedibili. Spingersi più in là, sarebbe da irresponsabili»

Un piccolo campanello d’allarme risuonò nel mio cervello, ma ormai ero andato troppo avanti per cambiare idea.

«Cominciamo?» chiesi, ansioso di porre fine il prima possibile a quell’esperienza.

«Certo, siamo qui apposta» rispose allegramente Ferrandini.

Mi fecero sdraiare su un lettino e venni trasportato all’interno della cupola. Un paio di assistenti iniziarono ad applicare dei piccoli elettrodi tutto intorno al mio cranio, precedentemente rasato a zero, e altri sensori furono messi mio petto e su braccia e gambe. Nel frattempo il dottore armeggiava su una consolle spiegandomi quello che stava per accadere.

«Sarà una cosa indolore. Ci limiteremo a proiettare migliaia d’immagini sui monitor che vede attorno a lei e a registrare le sue reazioni. Il procedimento durerà in tutto una trentina di minuti ma, da quanto ci è sembrato di capire da alcuni esperimenti precedenti, a lei dovrebbero sembrare molti meno. Anche se,» disse a bassa voce e quasi borbottando «questa potrebbe essere una variabile legata a fattori individuali. Quindi esiste anche la possibilità che la percezione dello scorrere del tempo, invece che essere ridotta, possa risultare amplificata»

Ancora una volta il campanello nella mia mente tornò a risuonare. Ferrandini sembrava essere più a uno scienziato intento a testare un nuovo metodo, piuttosto che un tecnico specializzato che ripeteva per l’ennesima volta una procedura collaudata.

«Quante altre persone si sono sottoposte all’esperimento?» chiesi sentendo montare l’ansia.

«Che? Ah… no, non si preoccupi. È tutto a posto, abbiamo fatto test a sufficienza e poi, non si scordi, che non corre alcun tipo di pericolo, al massimo i dati che otterremo non saranno utilizzabili, ma questo è un problema nostro, e non invaliderà il contratto né inciderà in alcun modo sul suo compenso»

Quella dimostrazione di magnanimità bastò a zittire ogni mia remora.

«In pratica» continuò nella sua spiegazione Ferrandini «Faremo una mappatura della sua personalità, cercando di trasformarla in valori digitali, che inseriremo nel nuovo software d’intelligenza artificiale degli androidi della serie “Wallet”. Tutto questo dovrebbe rendere i nostri prodotti molto più spontanei e familiari. Diremo addio alle vecchie risposte pre-registrate e, soprattutto, ai frequenti e fastidiosissimi blocchi di sistema, dovuti all’incapacità dell’androide di gestire situazioni inaspettate. L’Androidi Teconologici, aprirà una nuova era dell’automazione!»

Avevo già sentito quelle spiegazioni, il giorno in cui il loro incaricato mi aveva contattato per farmi la proposta, e come allora non ne fui particolarmente impressionato. Quello che m’interessava era tornare il prima possibile a casa mia con le tasche gonfie dei loro soldi. Che facessero quello che volevano con i dati estrapolati, tanto non avrebbe influito sulla mia vita.

 

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