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L’androide dalle mani lunghe – III° e ultima parte –

immagine: “Depressed robot” da http://www.conceptart.com

 

 

Una vera e propria isteria collettiva scoppiò tra la gente. Vennero segnalati centinai di casi di comportamento scorretto del W4, un paio di donne affermarono persino di essere state violentate dall’automa anche se -ovviamente vista l’impossibilità per gli automi di poter fare del male agli umani- le loro affermazioni si rivelarono false.
Su internet si moltiplicarono i video in cui gli autori si divertivano a mettere l’androide nelle situazioni più assurde e a registrarne poi le reazioni.
Tutto questo si ripercuoteva su di me. La gente m’identificava come il padre degli strani comportamenti dell’automa, dando per scontato l’assioma “se il W4 si comporta così vuol dire che anche lui lo farebbe o lo fa”. Diverse signore con le quali, sino ad allora, avevo sempre avuto rapporti piacevoli e all’insegna della correttezza, si ritrovarono preda dell’angoscia quando ero nelle vicinanze, evitavano di incontrarmi e persino di salutarmi, nel timore che potessi cedere ai miei istinti più bassi e renderle oggetto di pesanti avance.
D’altro canto per parte della popolazione femminile esercitavo un fascino quasi irresistibile. Alcune donne si proponevano a me in maniera sfacciata, attratte dalla mia fama di cattivo ragazzo e io, pur non essendo interessato a molte di quelle fanatiche, devo ammettere che cedetti alla tentazione di “tastare con mano” la bontà delle argomentazioni di alcune di loro: le più giovani e belle.
Questo causò la rottura del matrimonio con mia moglie e la conseguente erosione di una discreta parte del patrimonio, a causa del divorzio.

«C’è un errore di fondo nella programmazione. Per qualche ragione, dopo un certo periodo d’attività, l’androide sviluppa un impulso irresistibile verso determinate zone del corpo femminile» fu la spiegazione che Ferrandini diede durante la conferenza stampa in cui l’AT, circa sei mesi dopo l’incidente, annunciò il ritiro dal mercato del modello W4.
Accolsi la notizia con piacere, finalmente sarei potuto tornare a una vita normale. Ci sarebbe voluto del tempo per far placare tutto il polverone su quell’affare ma, piano piano, le cose per me si sarebbero rimesse a posto.
Sbagliavo nuovamente.
I dirigenti dell’AT erano arrivati alla conclusione che l’errore nell’intelligenza artificiale era sicuramente da attribuire a me e alla mia psiche malata e, quindi, mi fecero causa. Chiedendomi di riparare in parte ai danni derivanti dalla catastrofe del W4.
«Se proprio devo rinunciare ai miei soldi, piuttosto che darli a loro li spendo tutti in avvocati!» dissi incautamente davanti al mio legale di fiducia.
Mi prese in parola.
Devo ammettere che trovai brillante la strategia del mio avvocato. Decise da subito di non avventurarsi sulle responsabilità dei comportamenti del W4, ma di spostare la discussione sulle strategie dell’AT.
«Se l’azienda ritiene di aver subito dei danni a causa del ritiro e del rimborso dei suoi prodotti,» disse durante l’arringa finale «questi sono da addebitarsi esclusivamente alle sue politiche di mercato e non a delle colpe del mio assistito. È vero, in taluni casi, i W4 hanno dei comportamenti inusuali, ma tali comportamenti non hanno mai messo in pericolo nessuno dei clienti dell’azienda né hanno mai impedito agli androidi di portare a termine i compiti loro assegnati. Quindi, a rigor di garanzia, non sussistevano i presupposti per obbligare l’azienda a sostituire gli automi. La scelta di ritirare i W4 dal mercato è stata dell’Androidi Tecnologici Spa. Non intendo entrare nel merito di tale decisione, mi limito a costatare che non è corretto, ora, voler addebitare i costi di quest’operazione di marketing sulle spalle del mio cliente»
Gli avvocati dell’AT, già pronti a battagliare a suon di perizie psichiatriche e testimonianze dei più grandi esperti di software, furono spiazzati da questa mossa, e non riuscirono a opporre un’adeguata resistenza.
Tra primo, secondo e terzo grado, il processo andò avanti per più di cinque anni, prosciugando quasi completamente il mio conto in banca. Alla fine il giudice mi diede ragione e obbligò l’AT a risarcirmi per le spese legali anticipate.
Finalmente la fortuna sembrava essere tornata a sorridermi, il giorno della sentenza uscì sul balcone del mio piccolo appartamento -quello lussuoso in cui abitavo con mia moglie avevo dovuto venderlo tempo prima- e brindai felice, rivolto al cielo -o almeno a quella piccola parte di cielo che era possibile vedere attraverso la cupola-.
In ultimo uscì fuori che anche gli avvocati dell’AT erano in grado di avere colpi di genio, infatti convinsero il giudice che, vista la nostra posizione, e cioè che gli androidi fossero perfettamente funzionanti e in grado di svolgere i loro compiti, ritenevano giusto e adeguato saldarmi il conto delle spese legali in natura, consegnandomi 3500 modelli di W4 -gli unici scampati alla demolizione- il cui valore nominale era persino più alto della cifra pattuita come rimborso. Con mio sommo stupore e disappunto il giudice ritenne valido il loro ragionamento.

Dodici anni fa ero un impiegato di medio livello di una controllata dell’AT, un po’ a corto di soldi a causa della tendenza di circondarmi con oggetti al di sopra delle mie possibilità economiche ma, fondamentalmente, sereno e appagato dalla mia vita, non eccessivamente stressante, passata in compagnia di mia moglie.
Ora guadagno meno di quanto guadagnassi allora, sono solo come un cane e passo tutto il tempo cercando di affittare al miglior offerente degli androidi con la tendenza ad allungare le mani.
Forse in tutto questo c’è una morale ma, sinceramente, io non riesco a trovarla.

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L’androide dalle mani lunghe – 3° parte diDavide Piccirillo è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://piccoliscritti.com/2015/10/13/landroide-dalle-mani-lunghe-iii-e-ultima-parte/.

L’androide dalle mani lunghe – parte II –

immagine: Robot in love di Rudy Jan Faber

 

 

«Secondo me ti somiglia» disse mia moglie, una volta che le porte dell’ascensore si furono richiuse dietro di noi.

Scrollai le spalle infastidito. Da qualche mese il nuovo, lussuoso, condominio in cui ora abitavo, si era dotato di un androide che svolgeva le funzioni di ascensorista e, ogni volta che lo vedeva, lei ripeteva quella frase.

Erano passati sei anni da quel pomeriggio, l’AT aveva mantenuto le sue promesse e, grazie alla somma che mi era stata accreditata, ero riuscito ad avviare un’attività di compravendita di generi extra lusso: legno, acqua minerale, pelle, vera carne animale e persino uova. Gli affari erano andati da subito benissimo, nonostante la crisi generale che aveva colpito i ceti medio bassi. I grandi ricchi spendevano ancora moltissimo per i loro capricci. Ero riuscito a entrare nel giro che contava e mi era diventato ormai usuale partecipare ai pranzi o alle cene dell’élite della megatropoli.

Vivevo la vita che avevo sempre sognato quando, l’AT annunciò l’uscita dei nuovi modelli di androidi. I Wallet erano basati su un tipo d’intelligenza artificiale rivoluzionario e promettevano meraviglie quanto a interattività con gli umani e alla capacità di affrontare problemi o situazioni insolite. L’AT, decisa a conquistare una posizione dominante sul mercato robotico, aveva attuato una politica di marketing molto aggressiva: il prezzo di vendita degli automi sarebbe stato alla portata della tasca di – quasi- tutti.

Il successo fu clamoroso: negozi, aziende e privati acquistarono gli automi, che in pochi mesi riempirono ogni angolo della città.

La cosa per me veramente destabilizzante fu però l’annuncio delle identità sulle quali erano basate le IA degli androidi. L’AT voleva fosse chiaro agli acquirenti che il Wallet era basato su personalità reali e fornire il nome dei soggetti che si erano sottoposti al test era un modo efficace per ribadire il concetto. Cercai in ogni modo di bloccare la diffusione di quella notizia, ma il contratto fattomi firmare a suo tempo risultò a prova di bomba. Come beffa finale, risultò che il modello W4, quello basato sulla mia personalità, era il preferito dai clienti: lo trovavano più servizievole.

Già solo quello sarebbe basato a farmi sentire in imbarazzo, ma mia moglie aveva ragione, il modello W4 mi somigliava: la forma della faccia, il naso arrotondato e persino la penuria dei capelli. Quei bastardi non avevano nemmeno avuto la delicatezza di costruirlo in maniera diversa.

«È una questione di equilibri» mi disse Ferrandini, quando lo chiamai infuriato «Anche noi avremmo preferito un aspetto più accattivante, ma l’androide ha la sua personalità, Quartelli, e in qualche modo è abituato a vedersi come un determinato tipo di persona, anche fisicamente. Non potevamo rischiare di rovinare tutto per una questione estetica»

In sostanza non avrebbero cambiato una virgola dell’automa e, per sovrapprezzo, mi ero anche sentito dire che ero poco accattivante.

La mia scalata all’alta società subì una brusca frenata, le padrone di casa trovavano “bizzarro” avere un ospite così simile al maggiordomo e così evitavano di invitarmi. Sembrava che, da qualunque parte mi girassi, fossi circondato da quella specie di caricatura di me stesso.

Ma il peggio doveva ancora arrivare.

La prima avvisaglia la ebbi dopo diciotto mesi dalla messa in vendita del primo esemplare. Parcheggiai come al solito la macchina davanti al palazzo in cui c’era la sede della mia società, nell’atrio incrociai Daniele Gufi, il titolare di uno studio di architetti che aveva gli uffici un piano sotto il mio.

«Certo che sei un bel birichino, eh?» mi disse facendo l’occhiolino.

Lo guardai come si potrebbe guardare un uomo che, dal nulla, tira fuori una frase come questa, con uno sguardo che stava a significare : “Che stai dicendo, imbecille?”

Lui non colse il sottinteso e, ridendo, scomparve dietro la porta dell’ascensore.

Entrato nel mio ufficio, intercettai un paio di sguardi divertiti delle mie impiegate, mi chiesi cosa stesse succedendo ma poi il lavoro della giornata mi tenne impegnato e cancellò dalla mia mente quel pensiero. All’ora di pranzo, quando andai nel solito ristorante, il proprietario, un mio amico e cliente della mia ditta, mi disse:

«Dev’essere imbarazzante per te»

«Di che parli?»

«Come, non lo sai?» rispose lui stupito «Mi spiace essere proprio io… ma tanto, prima o poi… vieni, andiamo un attimo nel mio ufficio»

Lo seguii incuriosito e rimasi a osservarlo mentre si connetteva alla rete ed espandeva davanti a noi lo schermo, per permettermi di vedere un filmato.

«È da stamattina che lo mostrano durante i telegiornali.»

Nell’immagine si vedeva la pop star del momento, una formosa bionda chiamata Nota SintGer, che durante una passerella posta davanti all’entrata di un’importante manifestazione, si chinava per firmare un autografo a un bambino oltre le transenne e poi si rialzava di scatto, toccandosi il posteriore con uno sguardo infuriato.

«Non vedo come…» cominciai.

Immediatamente il video fu rimandato, stavolta l’immagine era in campo largo. Dietro la cantante, si poteva intravedere l’inconfondibile figura di un androide -il W4 con le mie fattezze, ovviamente- che seguiva i movimenti della diva e che, nel momento in cui quest’ultima era protesa verso il basso, le fissava il posteriore per alcuni secondi per poi palparla velocemente.

“L’androide con le mani lunghe!” era il titolo del servizio, nel quale diversi esperti furono interpellati per avere lumi sull’inusuale comportamento dell’automa. Tutti si dissero convinti che la base del problema doveva risiedere nel nuovo tipo d’intelligenza artificiale. Per ultimo fu intervistato anche il professor Ferrandini:

«Non sappiamo cosa sia successo, l’AT si è subito scusata con Nota e abbiamo provveduto a sostituire il modello difettoso. Siamo certi che si tratti di un caso isolato e che non si ripeteranno altri episodi di questo genere» stava dicendo con aria sicura.

Con il senno di poi posso affermare, senza tema di smentite, che le capacità previsionali del dottore sono pessime.

Fu un massacro.

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L’androide dalle mani lunghe 2° parte diDavide Piccirillo è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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L’androide con le mani lunghe – Parte I

Mi era sembrata un’ottima idea, una maniera facile e indolore di guadagnare dei bei soldi.

Era cominciato tutto con un questionario, la mia ditta, una controllata della AT, li aveva distribuiti a tutti i dipendenti. Come premio per la compilazione ci sarebbe stata accreditata una somma di quaranta crediti nella successiva busta paga. “Perché no?” mi ero detto, quei soldi mi avrebbero fatto comodo. Un mese dopo fui chiamato nell’ufficio del direttore, dove un dirigente dell’AT mi fece un’offerta clamorosa: un milione di crediti per partecipare a un esperimento innovativo. Sarebbe stato completamente indolore e non avrebbe messo a rischio in nessun modo la mia salute. Inutile dire che accettai.

Il giorno scelto per l’operazione mi sentivo piuttosto nervoso, era come se avessi il presentimento che quella decisione si sarebbe rivelata tremendamente sbagliata. Ovviamente, come ogni buon uomo del 2134, relegai il tutto a una forma di ansia da prestazione.

Bisognerebbe dare ascolto ai nostri istinti ogni tanto, in fondo sono loro che hanno permesso al genere umano di sopravvivere e prosperare per migliaia e migliaia di anni, ma allora avevo ancora pienamente fiducia nel mondo moderno, nella tecnologia e nell’ingegno umano. Che fesso!

L’AT aveva la propria sede in un enorme palazzo in centro e fu lì che mi recai. Fui accolto da una graziosa ragazza che mi accompagnò nella sala d’attesa più lussuosa che avessi mai visto: divani in vera pelle, pavimento in legno autentico e un sofisticato impianto d’illuminazione che replicava in modo quasi perfetto la luce naturale (non che io avessi mai visto la luce naturale, avevo sempre passato la mia vita all’interno delle cupole milombardiane). Vidi la mia immagine riflessa nello specchio: Mario Quartelli, un uomo comune. Altezza media, capelli neri che lasciavano sempre più spazio alla pelle del cranio, occhi marroni, naso a patata e una faccia leggermente paffuta.

«Il dottor Ferrandini arriverà subito» mi comunicò la receptionist «Nel frattempo posso portarle qualcosa? Una bevanda? Del tè? Un bicchiere d’acqua minerale?»

Acqua minerale! Quello sì che era un servizio extra lusso! Tutta quella scena serviva per impressionarmi, per farmi capire che la loro era una grande multinazionale ricchissima, che erano dei colossi dell’industria e che, se si stavano lanciando in quell’esperimento, lo facevano con cognizione di causa e con la massima attenzione. Ci cascai in pieno.

Bastò l’offerta dell’acqua minerale, proveniente da una delle pochissime fonti libere dall’inquinamento, imbottigliata appena uscita dalla sorgente: un’acqua terribilmente diversa da quella ripulita, filtrata e perpetuamente riciclata presente nelle condutture a circuito chiuso delle megatropoli. Quel mezzo bicchiere di liquido costosissimo poté più della successione di corridoi eleganti, macchinari ultramoderni ed enormi laboratori che il dottore mi fece attraversare per giungere a destinazione.

«Eccoci qua!» esclamò Ferrandini una volta entrati in una stanza gigantesca, al cui centro stava una grande cupola di cui si poteva vedere solo l’uniformità della liscia superficie di plastica che la ricopriva. A un certo punto però era presente un’apertura, dalla quale, sbirciando all’interno, s’intravvedeva una serie interminabile di monitor.

«Questo è il mio regno» annunciò con malcelato orgoglio il professore «è qui che ci occuperemo di prelevare ed elaborare i dati. Come può vedere si tratta di una struttura all’avanguardia»

Annuii in segno di comprensione, più per buona educazione che per una reale convinzione, e dedicai qualche secondo a studiare con aria da intenditore il macchinario.

«Impressionante» dissi infine, recitando le parole che si attendevano da me.

«Già.» rispose il dottore con aria compiaciuta «E’ una meraviglia, e sarebbe sorpreso di sapere quanto in profondità possa riuscire ad andare.»

«Ma ovviamente» riprese, sottraendosi a fatica dal sogno ad occhi aperti che stava vivendo «Noi resteremo in superficie. Già così facendo eseguiremo un esperimento molto innovativo e dalle conseguenze non pienamente prevedibili. Spingersi più in là, sarebbe da irresponsabili»

Un piccolo campanello d’allarme risuonò nel mio cervello, ma ormai ero andato troppo avanti per cambiare idea.

«Cominciamo?» chiesi, ansioso di porre fine il prima possibile a quell’esperienza.

«Certo, siamo qui apposta» rispose allegramente Ferrandini.

Mi fecero sdraiare su un lettino e venni trasportato all’interno della cupola. Un paio di assistenti iniziarono ad applicare dei piccoli elettrodi tutto intorno al mio cranio, precedentemente rasato a zero, e altri sensori furono messi mio petto e su braccia e gambe. Nel frattempo il dottore armeggiava su una consolle spiegandomi quello che stava per accadere.

«Sarà una cosa indolore. Ci limiteremo a proiettare migliaia d’immagini sui monitor che vede attorno a lei e a registrare le sue reazioni. Il procedimento durerà in tutto una trentina di minuti ma, da quanto ci è sembrato di capire da alcuni esperimenti precedenti, a lei dovrebbero sembrare molti meno. Anche se,» disse a bassa voce e quasi borbottando «questa potrebbe essere una variabile legata a fattori individuali. Quindi esiste anche la possibilità che la percezione dello scorrere del tempo, invece che essere ridotta, possa risultare amplificata»

Ancora una volta il campanello nella mia mente tornò a risuonare. Ferrandini sembrava essere più a uno scienziato intento a testare un nuovo metodo, piuttosto che un tecnico specializzato che ripeteva per l’ennesima volta una procedura collaudata.

«Quante altre persone si sono sottoposte all’esperimento?» chiesi sentendo montare l’ansia.

«Che? Ah… no, non si preoccupi. È tutto a posto, abbiamo fatto test a sufficienza e poi, non si scordi, che non corre alcun tipo di pericolo, al massimo i dati che otterremo non saranno utilizzabili, ma questo è un problema nostro, e non invaliderà il contratto né inciderà in alcun modo sul suo compenso»

Quella dimostrazione di magnanimità bastò a zittire ogni mia remora.

«In pratica» continuò nella sua spiegazione Ferrandini «Faremo una mappatura della sua personalità, cercando di trasformarla in valori digitali, che inseriremo nel nuovo software d’intelligenza artificiale degli androidi della serie “Wallet”. Tutto questo dovrebbe rendere i nostri prodotti molto più spontanei e familiari. Diremo addio alle vecchie risposte pre-registrate e, soprattutto, ai frequenti e fastidiosissimi blocchi di sistema, dovuti all’incapacità dell’androide di gestire situazioni inaspettate. L’Androidi Teconologici, aprirà una nuova era dell’automazione!»

Avevo già sentito quelle spiegazioni, il giorno in cui il loro incaricato mi aveva contattato per farmi la proposta, e come allora non ne fui particolarmente impressionato. Quello che m’interessava era tornare il prima possibile a casa mia con le tasche gonfie dei loro soldi. Che facessero quello che volevano con i dati estrapolati, tanto non avrebbe influito sulla mia vita.