Asteryos Polyp

L’amore degli uomini quadrati

Dopo tanto tempo torno su queste pagine virtuali, e lo faccio per parlarvi di alcuni libri che mi sono piaciuti.

Com’è l’amore dal punto di vista degli uomini schematici, rigidi, quadrati?

Gli scienziati convinti che tutto debba essere fatto con metodo e rigore; gli impiegati ancorati alle loro abitudini che vivono la vita come fossero  tram, obbligati dalle rotaie  a un percorso prestabilito; gli uomini di successo, convinti di aver sempre ragione e che, perciò, vedono la realtà indossando paraocchi.

Mi è capitato per caso negli ultimi tempi di leggere diversi romanzi che trattano quest’argomento, e così mi sono fatto qualche idea in proposito.

 

Il primo libro di cui vi parlo è Noi di David Nicholls, (Neri Pozza) che è stato per me un libro lumaca. Chiamo in questo modo i romanzi che mi fanno immergere così tanto nella storia da farmi sentire, quando li finisco, ricoperto da una specie di bava. Come se tra me e il mondo che mi circonda ci sia un’invisibile barriera, attraverso la quale guardo la realtà da una prospettiva leggermente diversa dalla mia, modificata dai sentimenti suscitati dalla lettura appena finita.

Questo romanzo è capace di regalare al lettore pagine toccanti e estremamente vere:

 

È a quell’epoca, immagino, che risalgono i suoi primi ricordi. O almeno lo spero, perché era un bambino adorato e accudito come pochi, da due genitori che andavano quasi sempre d’amore e d’accordo. Un genitore non può decidere ciò che suo figlio ricorderà da grande, e ci si sente frustrati per questo. I miei fecero del loro meglio per donarmi picnic in giornate di sole e piscine gonfiabili, ma i miei ricordi d’infanzia sono fatti di spot pubblicitari, calzini messi ad asciugare sul calorifero, sigle televisive e discussioni sul cibo. A volte guardavo mio figlio e pensavo: ”Questo devi ricordarlo”

 

A quanti di noi è mai capitato di provare una sensazione simile? Con figli, nipoti o altro. Forse siamo condizionati dall’essere cresciuti guardando film dove tre o quattro scene, con un’adeguata musica di sottofondo, raccontano la storia di un sentimento. E così ci capita, alle volte, di riconoscere in momenti della nostra vita scene simili, che capiamo essere preziose e che vorremmo rimanessero scolpite nella memoria dei bambini tanto quanto, lo sappiamo già, rimarranno scolpite nella nostra. Ovviamente non è così, e questa prima, piccola, discrepanza tra ciò che vorremmo trasmettere agli altri e ciò che in realtà essi apprendono, è l’araldo di tutte le differenze che, con il passare del tempo, creeranno una distanza tra noi e le creature che abbiamo davanti. Se quando sono molto piccoli siamo quasi sempre sicuri di sapere quello che pensano e provano, con l’avanzare degli anni essi diventano ai nostri occhi sempre più imperscrutabili e sorprendenti. Ovviamente, è giusto così, altrimenti il mondo sarebbe fatto di cloni dei genitori. Nicholls descrive però bene il sentimento di un padre che ha difficoltà nel venire a patti con questa realtà.

Douglas, Connie e Albie sono una famiglia, come altre, e come altre vivono anche la fatica dello stare insieme, specialmente perché marito e moglie sono molto diversi tra loro: un brillante biochimico, con difficoltà a esprimere e gestire i sentimenti e una donna estrosa, amante dell’arte e delle feste, convinta che seguire l’istinto e la passione sia l’unica vera maniera di vivere.

Una coppia diversa, probabilmente sbagliata, ma che resta insieme per più di vent’anni, sino a che una sera, poco prima del viaggio in Europa che dovrebbe servire come viatico per il figlio in procinto di andare all’università, Connie dice: “Il nostro matrimonio è arrivato al capolinea Douglas, penso che ti lascerò”.

Così il viaggio si trasforma nell’estremo tentativo del protagonista di riconquistare il cuore dell’unica donna che abbia mai amato.

Mentre procediamo avanti lungo l’itinerario del Grand Tour, Nicholls ci fa tornare indietro nel tempo, raccontandoci la storia di quell’amore. Un romanzo che parla di affetti e d’amore, di un amore che diventa affetto mentre un altro rimane immutato, del senso di spiazzamento che si prova quando un rapporto si rompe a causa di una decisione unilaterale. Parla anche di una famiglia, e di come alle volte sia facile, al suo interno, riuscire a comunicare con chiarezza agli altri membri solo le cose negative, i comportamenti irritanti o le speranze mancate, mentre è molto più difficile esprimere quell’ondata di emozione che ti assale quando li guardi e pensi a quanto li ami. Frasi d’amore mancate, un po’ per pudore, un po’ per non svilire quel sentimento con una continua ripetizione, nel timore che le parole possano logorarsi e perdere di significato se ripetute troppo spesso.

Tutta la storia è vissuta attraverso gli occhi di un uomo razionale, che crede nei viaggi pianificati e nel potere della scienza e della conoscenza, ma che allo stesso tempo è in balia delle proprie emozioni.

Questo conflitto interiore è spiegato in modo altrettanto chiaro, anche se in chiave maggiormente comica, in L’amore è un difetto meraviglioso di Graeme Simsion (Longanesi). Qui la bilancia emozionale del protagonista, Don Tillman, afflitto dalla sindrome di Asperger, propende ancor di più verso la parte razionale e analitica, tanto da spingerlo, nella sua ricerca di una compagna di vita, a elaborare un questionario da proporre alle eventuali candidate.

La sua ricerca non nasce dal desiderio di combattere la solitudine o di riempire un vuoto interiore, ma semplicemente dalla constatazione che:

 

Ulteriori ricerche in proposito confermarono che le argomentazioni di Daphne erano suffragate da prove scientifiche: gli uomini sposati sono mediamente più felici e vivono più a lungo

 

Incontrerà Rosie, il genere di ragazza che otterrebbe un pessimo punteggio nel suo test, e frequentandola per aiutarla a scoprire l’identità del suo padre biologico, rimetterà in discussione la validità delle sue teorie.

Don ci trasporterà all’interno della sua vita fatta di orari precisi, pasti preordinati e dedizione all’efficienza, divertendoci con comportamenti strani e reazioni razionalmente logiche ma emotivamente assurde.

Due storie con protagonisti simili ma con andamenti diversi, così com’è differente la vita del Dott. Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale di Alfonso Celotto (Mondadori). Un uomo di una certa età, venuto a patti con la solitudine, che si è costruito una routine tranquilla e, per lui, soddisfacente.

 

Il dott. Amendola viveva da solo. Gli piaceva la sua metodica e ordinata solitudine, ma ogni tanto sentiva il bisogno di un interlocutore per commentare le partite. Dopo lunghe meditazioni sul possibile compagno, aveva ritenuto troppo oneroso invitare qualcuno a casa. Quindi, assecondando la sua vena nostalgica, aveva messo accanto alla TV una bella foto di Antonio Juliano.

 

Improvvisamente questo zelante e preciso funzionario vede tornare nella sua vita personaggi collegati alla sua gioventù: un vecchio nemico/amico e la figlia del suo grande amore.

La sicurezza donatagli dalle sue abitudini e dal preciso ordine con cui è regolata la sua vita -lavorativa e non- si rivela una barriera insufficiente a contenere il ritorno di sentimenti a lungo soffocati, e assistiamo alla lotta tra la parte razionale, che esige la dignità richiesta dal suo ruolo e dalla sua età e la parte passionale, che impone comportamenti da adolescente e sogni ad occhi aperti.

A tutto questo si unisce una specie di caccia al tesoro legislativa, la ricerca della prima e vera versione di una legge dell’ottocento, che è cambiata lievemente attraverso varie trascrizioni. Seguendo il dott. Amendola nella sua caccia tra antichi archivi e tomi dimenticati –esaurientemente spiegati grazie all’esperienza dell’autore-, lo osserveremo scoprire come l’omissione di qualche parola abbia avuto effetti rilevanti, e lo vedremo combattere per ottenere la paternità di quella scoperta sensazionale -solo per le poche decine di persone in grado di capirne l’importanza-.

Rapporti in crisi, che stanno per nascere e che sono sepolti nel passato, ma che, in tutti e tre i casi, contengono la forza necessaria a scuotere le fondamenta di regole, abitudini e razionalità che costituiscono tanta parte della personalità dei protagonisti.

In tutti i casi l’amore provoca lo scontro tra stili di vita diversi, scontro analizzato e splendidamente esplicitato tramite immagini da David Mazzucchelli, nella sua graphic novel Asterios Polyp (Coconino Press) -opera che ho scoperto grazie alla segnalazione di Nellie Airoldi che trovate qui-. Nei momenti chiave, infatti, i personaggi sono ritratti in maniera speculare al loro modo di affrontare la vita e anche il font usato per farli parlare rimarca le differenze.

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Asterios, architetto di successo, convinto delle sue capacità e della propria intelligenza, vive una vita fatta di solide certezze, forme certe e nette, ed è proprio con queste forme che Mazzucchelli lo ritrae: solidi tridimensionali colorati di un freddo azzurro. Hana, che diverrà sua moglie, è invece un’artista insicura, che brama e teme allo stesso tempo quella visibilità e attenzione nella quale Asterios sguazza continuamente, lei è ritratta in morbidi tratti rosa, curvi e fitti.

L’inizio di questo racconto ci mostra Asterios sconfitto, abbandonato, in fuga da tutto, per poi ripresentarcelo, poche pagine dopo, qualche anno prima, al culmine della sua carriera, circondato da un’aurea di successo e ammirazione. La storia, come nel caso di Noi di Nicholls, procede in due sensi opposti: partiamo con una svolta drammatica e, mentre ne seguiamo gli effetti sul protagonista, scopriamo anche la strada che l’ha portato sino a quel punto.

Com’è l’amore visto dal punto di vista degli uomini schematici, quindi? Come quello visto da tutti gli altri, sembra essere la risposta, complicato, emozionante, magnifico e tremendo. E se alcune storie finiscono male, altre danno speranza o non si concludono, in un gioco dove si può vincere, perdere o persino pareggiare, ma che è sempre bello giocare.