racconti

Agente atmosferico – I° parte

fonte foto: http://www.deviantart.com

 

 

 

 

 

Stazione spaziale Roddemberry, al confine del sistema solare Tiberius K

Kol Toome era seduto al tavolo del ristorante tiberiano sul ponte commerciale tre, intento a gustarsi il dolce di ghist con panna fresca di loom, un piatto di cui andava pazzo. Quando un’enorme ombra calò sul suo tavolo.
«Sei tu Toome?» gli chiese un uomo gigantesco, vestito con una tuta verde che lo identificava come un addetto alla manutenzione.
«Sì» rispose lui, preparandosi al peggio.
Sapeva che non sarebbe dovuto uscire quel giorno, ma la golosità aveva vinto sulla prudenza.
«E sai che giorno era ieri?» continuò l’altro.
«Il 24 luglio»
«Già, il 24 luglio. La festa del salto!» disse l’uomo, accompagnando la frase con una forte manata sul tavolo.
“Se non altro ha attirato l’attenzione” ragionò Kol, vedendo che il proprietario del locale guardava agitato dalla loro parte “Immagino che tra poco arriveranno gli uomini della sicurezza”.
«Sai quant’è importante per noi spaziali la festa del salto? Specie per quelli come me che sono in servizio da più di 200 giorni? Hai idea di cosa significhi?»
«Sono uno spaziale anch’io» gli rispose.
“E sono in servizio da molto più tempo di te” pensò, anche se ritenne più opportuno non dirlo.
«Ah, sei uno spaziale anche tu?» continuò l’altro, guardandosi attorno con aria palesemente incredula «Beh, non si direbbe. Altrimenti non saresti stato così stronzo!»

Il comandante Keller era un uomo sulla quarantina, capelli neri, occhi color marrone e un fisico asciutto dovuto alla disciplina con cui si allenava ogni giorno. Disciplina era la sua parola d’ordine, nella vita personale e sul lavoro. Per questo in quel momento, mentre guardava davanti a se l’ufficiale climatico e un addetto alla manutenzione che erano venuti alle mani in un ristorante, faticava a contenere la furia.
«E’ inconcepibile!» sbottò alla fine «Picchiarsi come dei ragazzini, e in un luogo pubblico per giunta! Quando ho sentito la notizia pensavo si trattasse di qualche turista o di un agente di commercio. Ma due membri del mio equipaggio! Due uomini» continuò dando un’occhiata al monitor davanti a se «d’esperienza, che sono abituati a lavorare nello spazio e che dovrebbero sapere l’importanza di trasmettere un senso di professionalità e fiducia ai passeggeri. Complimenti.»
I due uomini ascoltavano il rimprovero in piedi uno accanto all’altro. Il manutentore; biondo, occhi azzurri, alto più di due metri e con due larghe spalle, aveva l’aria colpevole di un bambino sorpreso a fare una marachella. Toome; sui trent’anni, capelli castani, occhi marroni, fisico asciutto e altezza nella norma, aveva lo sguardo fisso davanti a se e l’aria impassibile, come se le parole del capitano gli scivolassero addosso senza lasciare segno.
«Ho già speso troppo tempo con voi.» concluse infine Keller «Siete entrambi confinati nei vostri alloggi per le prossime tre settimane. I danni al ristorante e il costo dell’intervento della sicurezza vi saranno addebitati in parti uguali. Ma sappiate che, se per un qualunque caso del destino, tornerete di fronte a me per una faccenda del genere, non sarò così comprensivo e vi sbatterò in cella per il resto della vostra ferma!» così dicendo si sedette sulla sedia dietro la scrivania congedandoli con un gesto della mano.
Il colosso biondo si girò e uscì con aria infelice, Toome invece rimase fermo al suo posto.
Dopo alcuni secondi il capitano mostrò di essersi accorto della sua presenza.
«Ho già detto tutto quello che avevo da dire sulla faccenda, Toome. Può andare»
«Con tutto il rispetto capitano, c’è qualcosa che vorrei chiarire. Ho preferito aspettare che fossimo soli.»
«Tipo?» chiese Keller con aria indispettita.
«Beh, per esempio c’è il fatto che io non ho provocato nessuna rissa. Mi sono solo difeso dall’attacco, e questo le potrà essere confermato dai presenti»
«Queste cose non m’interessano. Ha cominciato lui… E’ lui il cattivo… Sulla mia nave tutti i membri dell’equipaggio devono assumersi le loro responsabilità.» continuò fissandolo negli occhi «Sappiamo entrambi quali sono le ragioni di quell’uomo. Per la miseria, era proprio necessario? La festa del salto: il primo giorno di riposo per molti dei miei uomini. Il parco biologico era pieno di famiglie in festa, lei dovrebbe comprendere quanto questo possa essere importante per gli spaziali di lungo corso. E cosa succede? Un temporale. Un violentissimo temporale! Con tanto di tuoni e fulmini! In un bio parco con un diametro di ventisette chilometri e con metà delle famiglie erano nei pressi del centro. Sa cosa vuol dire? Donne e bambini si sono inzuppati fino al midollo, ho le infermerie piene fin quasi al collasso.»
Il comandante cercò di contenere la rabbia che sentiva crescere dentro di se.
«Il tempo è una variabile che sfugge al controllo dell’uomo» rispose Toome.
«Non su una cazzo di stazione spaziale!» esplose Keller «Qui è lei che decide che tempo fa. E’ il suo lavoro. Com’è possibile che le sia venuto in mente di far scoppiare un temporale? In quale parte della sua mente malata ha partorito quest’idea? E cosa si aspettava? Che le facessero i complimenti? E’ logico che quell’uomo fosse infuriato. Lo sarei stato anch’io al suo posto.»

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Agente atmosferico diDavide Piccirillo è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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L’androide con le mani lunghe – Parte I

Mi era sembrata un’ottima idea, una maniera facile e indolore di guadagnare dei bei soldi.

Era cominciato tutto con un questionario, la mia ditta, una controllata della AT, li aveva distribuiti a tutti i dipendenti. Come premio per la compilazione ci sarebbe stata accreditata una somma di quaranta crediti nella successiva busta paga. “Perché no?” mi ero detto, quei soldi mi avrebbero fatto comodo. Un mese dopo fui chiamato nell’ufficio del direttore, dove un dirigente dell’AT mi fece un’offerta clamorosa: un milione di crediti per partecipare a un esperimento innovativo. Sarebbe stato completamente indolore e non avrebbe messo a rischio in nessun modo la mia salute. Inutile dire che accettai.

Il giorno scelto per l’operazione mi sentivo piuttosto nervoso, era come se avessi il presentimento che quella decisione si sarebbe rivelata tremendamente sbagliata. Ovviamente, come ogni buon uomo del 2134, relegai il tutto a una forma di ansia da prestazione.

Bisognerebbe dare ascolto ai nostri istinti ogni tanto, in fondo sono loro che hanno permesso al genere umano di sopravvivere e prosperare per migliaia e migliaia di anni, ma allora avevo ancora pienamente fiducia nel mondo moderno, nella tecnologia e nell’ingegno umano. Che fesso!

L’AT aveva la propria sede in un enorme palazzo in centro e fu lì che mi recai. Fui accolto da una graziosa ragazza che mi accompagnò nella sala d’attesa più lussuosa che avessi mai visto: divani in vera pelle, pavimento in legno autentico e un sofisticato impianto d’illuminazione che replicava in modo quasi perfetto la luce naturale (non che io avessi mai visto la luce naturale, avevo sempre passato la mia vita all’interno delle cupole milombardiane). Vidi la mia immagine riflessa nello specchio: Mario Quartelli, un uomo comune. Altezza media, capelli neri che lasciavano sempre più spazio alla pelle del cranio, occhi marroni, naso a patata e una faccia leggermente paffuta.

«Il dottor Ferrandini arriverà subito» mi comunicò la receptionist «Nel frattempo posso portarle qualcosa? Una bevanda? Del tè? Un bicchiere d’acqua minerale?»

Acqua minerale! Quello sì che era un servizio extra lusso! Tutta quella scena serviva per impressionarmi, per farmi capire che la loro era una grande multinazionale ricchissima, che erano dei colossi dell’industria e che, se si stavano lanciando in quell’esperimento, lo facevano con cognizione di causa e con la massima attenzione. Ci cascai in pieno.

Bastò l’offerta dell’acqua minerale, proveniente da una delle pochissime fonti libere dall’inquinamento, imbottigliata appena uscita dalla sorgente: un’acqua terribilmente diversa da quella ripulita, filtrata e perpetuamente riciclata presente nelle condutture a circuito chiuso delle megatropoli. Quel mezzo bicchiere di liquido costosissimo poté più della successione di corridoi eleganti, macchinari ultramoderni ed enormi laboratori che il dottore mi fece attraversare per giungere a destinazione.

«Eccoci qua!» esclamò Ferrandini una volta entrati in una stanza gigantesca, al cui centro stava una grande cupola di cui si poteva vedere solo l’uniformità della liscia superficie di plastica che la ricopriva. A un certo punto però era presente un’apertura, dalla quale, sbirciando all’interno, s’intravvedeva una serie interminabile di monitor.

«Questo è il mio regno» annunciò con malcelato orgoglio il professore «è qui che ci occuperemo di prelevare ed elaborare i dati. Come può vedere si tratta di una struttura all’avanguardia»

Annuii in segno di comprensione, più per buona educazione che per una reale convinzione, e dedicai qualche secondo a studiare con aria da intenditore il macchinario.

«Impressionante» dissi infine, recitando le parole che si attendevano da me.

«Già.» rispose il dottore con aria compiaciuta «E’ una meraviglia, e sarebbe sorpreso di sapere quanto in profondità possa riuscire ad andare.»

«Ma ovviamente» riprese, sottraendosi a fatica dal sogno ad occhi aperti che stava vivendo «Noi resteremo in superficie. Già così facendo eseguiremo un esperimento molto innovativo e dalle conseguenze non pienamente prevedibili. Spingersi più in là, sarebbe da irresponsabili»

Un piccolo campanello d’allarme risuonò nel mio cervello, ma ormai ero andato troppo avanti per cambiare idea.

«Cominciamo?» chiesi, ansioso di porre fine il prima possibile a quell’esperienza.

«Certo, siamo qui apposta» rispose allegramente Ferrandini.

Mi fecero sdraiare su un lettino e venni trasportato all’interno della cupola. Un paio di assistenti iniziarono ad applicare dei piccoli elettrodi tutto intorno al mio cranio, precedentemente rasato a zero, e altri sensori furono messi mio petto e su braccia e gambe. Nel frattempo il dottore armeggiava su una consolle spiegandomi quello che stava per accadere.

«Sarà una cosa indolore. Ci limiteremo a proiettare migliaia d’immagini sui monitor che vede attorno a lei e a registrare le sue reazioni. Il procedimento durerà in tutto una trentina di minuti ma, da quanto ci è sembrato di capire da alcuni esperimenti precedenti, a lei dovrebbero sembrare molti meno. Anche se,» disse a bassa voce e quasi borbottando «questa potrebbe essere una variabile legata a fattori individuali. Quindi esiste anche la possibilità che la percezione dello scorrere del tempo, invece che essere ridotta, possa risultare amplificata»

Ancora una volta il campanello nella mia mente tornò a risuonare. Ferrandini sembrava essere più a uno scienziato intento a testare un nuovo metodo, piuttosto che un tecnico specializzato che ripeteva per l’ennesima volta una procedura collaudata.

«Quante altre persone si sono sottoposte all’esperimento?» chiesi sentendo montare l’ansia.

«Che? Ah… no, non si preoccupi. È tutto a posto, abbiamo fatto test a sufficienza e poi, non si scordi, che non corre alcun tipo di pericolo, al massimo i dati che otterremo non saranno utilizzabili, ma questo è un problema nostro, e non invaliderà il contratto né inciderà in alcun modo sul suo compenso»

Quella dimostrazione di magnanimità bastò a zittire ogni mia remora.

«In pratica» continuò nella sua spiegazione Ferrandini «Faremo una mappatura della sua personalità, cercando di trasformarla in valori digitali, che inseriremo nel nuovo software d’intelligenza artificiale degli androidi della serie “Wallet”. Tutto questo dovrebbe rendere i nostri prodotti molto più spontanei e familiari. Diremo addio alle vecchie risposte pre-registrate e, soprattutto, ai frequenti e fastidiosissimi blocchi di sistema, dovuti all’incapacità dell’androide di gestire situazioni inaspettate. L’Androidi Teconologici, aprirà una nuova era dell’automazione!»

Avevo già sentito quelle spiegazioni, il giorno in cui il loro incaricato mi aveva contattato per farmi la proposta, e come allora non ne fui particolarmente impressionato. Quello che m’interessava era tornare il prima possibile a casa mia con le tasche gonfie dei loro soldi. Che facessero quello che volevano con i dati estrapolati, tanto non avrebbe influito sulla mia vita.

 

Inklings e difficoltà

Penso (e spero) di non essere un uomo invidioso, ma devo ammettere che ogni volta che ripenso agli Inklings, gruppo di conoscenti e amici appassionati di letteratura, di cui facevano parte tra gli altri J.R.R. Tolkien e C.S.Lewis, che s’incontravano leggendo e commentando passi dei libri che stavano scrivendo (come Il signore degli anelli e Le cronache di Narnia) una fitta d’invidia mi attraversa.

Mi piacerebbe vivere un’esperienza simile, avere consigli e suggerimenti su lavori in corso e sulle difficoltà che ci si trova ad affrontare. Ho preso parte ad alcuni forum letterari, come Inchiostro e patatine (http://www.ilforumletterario.com) e con qualche membro ci siamo scambiati i rispettivi lavori, commentandoli e dandoci suggerimenti a vicenda, ma eravamo tutti reduci dal torneo Io scrittore (http://www.ioscrittore.it/ioscrittore/home.htm) dove si presentano romanzi o raccolte di racconti complete, e quindi si parlava di eventuali revisioni o aggiustamenti, o di come proporci alle case editrici. Non mi è mai capitato invece di poter condividere i pensieri durante la stesura di un racconto o un romanzo.

Tutto questo preambolo per spiegare il ritardo della seconda parte di Nascita di un’idea. Generalmente inserisco nel blog racconti già finiti, che magari dormono sonni tranquilli in qualche quaderno o cassetto, ed era proprio questo il caso della storia in questione, che ho scritto anni fa. L’ho ripresa, ho controllato il primo pezzo e l’ho postato.

Mi ricordavo come avevo fatto terminare la storia, anche perché è stato proprio pensando al finale che ho immaginato il resto del racconto, e ricordavo anche che mi era piaciuto molto scrivere l’inizio. mi ero immedesimato nel protagonista, immaginandomi a spasso per le vie della vecchia Holywood.

La parte centrale, invece, era più sfocata nella mia memoria e ho capito presto perché: in realtà ne avevo scritta più di una, non essendo soddisfatto della prima versione. Ricapitolando: avevo in mente l’idea, ho scritto l’inizio, una brutta parte centrale e poi la fine, poi ho ripreso in mano il racconto e ho riscritto la parte centrale. A quel punto dev’essere successo qualcosa che mi ha fatto dimenticare il racconto, che nella mia tensa era però classificato come finito.

Quindi ora ho postato la prima parte e sono andato a preparare e rivedere le restanti parti, accorgendomi che anche la seconda versione della parte centrale non mi convince.

Mi ritrovo quindi a dover riscrivere di nuovo il corpo del racconto, sapendo da dove parto e dove voglio arrivare, ma senza avere le idee troppo chiare circa il modo di trascinare i miei protagonisti da un punto all’altro.

A causa di vari problemi sia lavorativi che personali ci vorrà tempo per scrivere il resto del racconto.

Quindi per quelli di voi che sono interessati a conoscere come continua la storia è necessario armarsi di pazienza.

Nel frattempo inserirò a breve degli altri racconti (ma non preoccupatevi, sono già conclusi e non ci sono rischi)

Scusate e a presto.

La nascita di un’idea – Prima parte –

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Era il 1953, avevo ventidue anni, ed ero nel posto più affascinante del mondo, Hollywood.

Ero arrivato da pochi giorni dal mio paesino nell’Ohio, con in tasca la lettera di presentazione del mio insegnante di letteratura, il signor Cornell, per un suo amico sceneggiatore alla Paramount e con in testa una valanga di sogni.

Mentre camminavo per Melrose Avenue come ogni nuovo arrivo avevo gli occhi spalancati:

Frank Sinatra in “Da qui’ all’eternità”; Marlon Brando nel “Giulio Cesare”; Marylin Monroe e le sue istruzioni su “Come sposare un milionario” e Tony Curtis che interpretava “Il mago Houdini” mi guardavano dai manifesti dei loro film, ed ero convinto che, da un momento all’altro, una star del cinema in carne e ossa sarebbe comparsa davanti ai miei occhi.

Anche in Dicembre il sole californiano faceva sentire la sua presenza e rifletteva sulle colonne ai lati del cancello d’ingresso della Paramount, rendendole quasi abbaglianti.

Quella era la mia meta, e a lei mi avvicinavo con prudenza, attirato e allo stesso tempo intimorito, come un fedele in pellegrinaggio nei luoghi santi.

Il cancello ad arco che costituiva l’entrata della Paramount Pictures, e che tante volte avevo ammirato sulle riviste e nei cinegiornali, era finalmente davanti a me.

Uno degli uomini di guardia, prendendomi per il solito ammiratore si avvicinò, intimandomi di sgombrare.

«Ho un appuntamento con Conrad Waltz» risposi orgoglioso dopo aver dato le mie generalità.

«Con chi?»

«Conrad Waltz» ripetei «lo sceneggiatore»

«Ah, uno scrittore, aspetta qui» disse, entrando nella guardiola per controllare alcuni fogli.

Quella frase sugli sceneggiatori fu il primo indizio che ebbi della considerazione in cui Hollywood teneva la categoria alla quale ero così desideroso di unirmi, ma, invece di notarla e di darmela a gambe, rimasi lì, incantato dall’atmosfera che respiravo.

«Come hai detto che ti chiami ragazzo?» mi urlò dall’interno del casotto la guardia mentre conversava con qualcuno al telefono.

«Colin Rand» risposi.

«Colin Rand… sì, un ragazzino bruno, sui settanta pollici, tutto pelle e ossa» lo senti dire alla cornetta «Va bene? Ok, glielo dirò»

«Puoi andare, ti aspetta nella palazzina dodici. Avanti per questa strada per circa mezzo miglio, poi gira a destra e prosegui finché non arrivi davanti al teatro diciotto, gira a sinistra e, dopo una ventina di yard, sei arrivato»

E così, sentendo i brividi correre sulla mia pelle, feci i miei primi passi all’interno dell’industria cinematografica.

Venti minuti dopo, grazie alle indicazioni di un centurione romano e di un soldato napoleonico, raggiunsi la mia destinazione.

Entrai in un ufficio spoglio, dietro la scrivania un uomo magro e stempiato, in pantaloni marroni e camicia spiegazzata, mi accolse con una stretta di mano.

«Colin?»

«Piacere signor Waltz, è un onore per me conoscerla, ho visto tutti i suoi… »

«Sì, sì, saltiamo i convenevoli, vuoi?  Sono indietro con la consegna di una scena per il nuovo film di Wilder»

«Il nuovo film?» chiesi eccitato per quella notizia in anteprima «come s’intitola?»

«Bah, non mi ricordo… un nome di donna, Rebecca? No, quello l’hanno già fatto… Sabrina! Ecco, sì, Sabrina-

«E gli attori?»

«Bogart e William Holden per i ruoli maschili, la parte femminile è della Hepburn»

«Katharine?» chiesi estasiato.

«No, Audrey, quella nuova»

«Dev’essere fantastico lavorare a contatto con simili star!» esclamai non riuscendo più a trattenere il mio entusiasmo.

«Non ci lavoro» precisò lui «Sono solo alcune pagine che mi ha richiesto uno dei dirigenti. È convinto di aver avuto un’idea bellissima e vuole mostrarla al regista. Probabilmente Wilder la leggerà e poi la butterà nel cestino. Sta lavorando lui stesso alla sceneggiatura, insieme all’autore del libro, dubito abbia voglia di inserire una fesseria come questa nel suo film»

«Capisco» risposi deluso.

Iniziavo a chiedermi che tipo di aiuto avrebbe potuto darmi quell’uomo, che sembrava lui stesso bisognoso di una raccomandazione.

«Cornell mi ha detto che ti piace scrivere e che adori il mondo del cinema. Scoprirai presto che le due cose non vanno troppo d’accordo qui a Hollywood. In ogni caso, visto che il tuo professore ha così insistito, ho provato a darmi da fare per trovarti qualcosa»

Mentre parlava aprì un cassetto della scrivania, ne tiro fuori una bottiglia di whisky e se ne servì un’abbondante dose.

«Vuoi un po’?» chiese quando si accorse che lo osservavo.

«No grazie, non bevo» risposi, pensando:

“E a quest’ora della mattina non dovresti farlo nemmeno tu”

«Nemmeno io lo facevo quando sono arrivato qua» mormorò lui con un sorriso malinconico.

«Il meglio che sono riuscito a trovare è un posto come assistente nella segreteria del nuovo film di Hitchcock. È l’ultimo film che girerà per la Warner e il controllo della direzione è più blando. Non ha nulla a che fare con il mestiere di sceneggiatore, dovrai soltanto occuparti di imbucare le lettere e di correre ovunque ti mandino. Avrai però l’occasione di vedere da vicino come si lavora e di farti un po’ d’esperienza»

Prese un foglio dalla scrivania e me lo porse.

«Tieni, qui ti ho segnato l’indirizzo cui ti devi presentare e anche quello di una pensione lì vicino. È economica ma pulita e frequentata da gente per bene. Per i primi tempi sarà l’ideale»

«Io… io non so come ringraziarla signor Waltz. Mi è stato di grande aiuto»

«Non mi ringraziare ragazzo, dubito di averti fatto un favore. Il novantanove per cento delle persone che arrivano in questa città, con il sogno di sfondare nel mondo della celluloide, se ne torna a casa dopo pochi anni con la coda tra le gambe e i risparmi bruciati. Per aiutarti davvero avrei dovuto accompagnarti di persona alla stazione e accertarmi che riprendessi il treno per Ohio. Ma sono troppo pigro per farlo, o forse mi ricordo di quand’ero anch’io giovane e sognatore»

Rimase per qualche secondo a fissare il panorama dei teatri di posa che si vedeva al di fuori della sua finestra, poi si riprese:

«Vai ora che ho da fare»

Mentre andavo verso la pensione che mi aveva indicato Waltz, camminavo a un metro dal suolo: un film con Alfred Hitchcock! Ce l’avevo fatta!

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Due note e un augurio

Prima nota, è uscita la nuova ricetta recensione su finzioni magazine:

http://www.finzionimagazine.it/extra/letto-e-mangiato/cotoletta-alla-finzioni/

Seconda nota, lunedì prossimo, dopo una pausa di qualche settimana, inserirò un nuovo racconto, in realtà una prima parte.

L’augurio è quello che possiate tutti trascorrere una buona e serena Pasqua.

Corpo diplomatico – Parte I –

photocredit: http://scifi-real.com

«Ambasciatore Iohel, è tutto pronto»

«Bene Safa, arriverò tra pochissimo»

Ento Iohel si osservò con aria critica nello specchio della sua lussuosa cabina. Aveva ormai raggiunto la cinquantina e il fisico, un tempo asciutto e muscoloso, era ora appesantito dalle lunghe e pesanti – in ogni senso – cene diplomatiche. La faccia era simpatica, con il lungo naso che sembrava voler indirizzare lo sguardo dell’osservatore verso le folte sopracciglia che rendevano più serio lo sguardo dei suoi grandi occhi marrone.

Pochi giorni prima la sonda mandata su Herren aveva lanciato un segnale di avvenuta decodifica e come sempre in questi casi il Gran Consiglio aveva inviato la nave ambasciata più vicina per procedere con il primo contatto.

Primo contatto. Due parole che significavano così tanto. Un evento storico, la conferma, per le civiltà che lo ricevevano, dell’esistenza di altre forme di vita nell’universo. Essere parte di un primo contatto bastava a farti entrare nella storia, era la massima aspirazione per ogni membro del corpo diplomatico.

L’odierna era l’ultima sonda di decrittazione di linguaggio tra quelle che erano state lanciate, ed era quindi ragionevole pensare che, per la generazione di ambasciatori di Ento, quella fosse l’ultima possibilità per operare un primo contatto.

Forse, negli anni a venire, altri ambasciatori avrebbero eseguito nuovi contatti, ma sarebbe diventato sempre più raro. Le navi ambasciata si sarebbero dovute spostare sempre più lontano e avrebbero affrontato la concorrenza delle navi di altri pianeti in posizione più comoda. Di lì a non molto il Gran Consiglio avrebbe giudicato poco remunerativo continuare a compiere missioni di quel tipo e, come già avevano fatto le razze della parte più centrale dell’Unione Interplanetaria, avrebbero concentrato gli sforzi del corpo diplomatico sul versante commerciale.

La loro breve epoca da colonizzatori era ormai al tramonto.

Ento sentì l’usuale eccitazione al pensiero del compito che lo attendeva. Ora che la sonda era riuscita a recuperare i dati necessari a far funzionare il traduttore universale era giunto il momento di rivelarsi agli abitanti. Ento trovava poetico il fatto che toccasse proprio a lui, che era stato il protagonista del primo contatto fatto con la Terra nel ruolo di colonizzatore, chiudere quella stagione di espansione diplomatica.

Lentamente si alzò dalla poltrona e si avvicinò all’armadio che conteneva la sua uniforme di gala. Per prima cosa prese i pantaloni e li infilò con cura, poi passò alle scarpe, lucide e splendenti. Come sempre, una volta essersele infilate, mosse per un po’ le dita dei piedi per saggiarne la comodità, un vezzo che si portava dietro da anni, convinto che gli portasse fortuna. Quell’operazione gli fece tornare alla mente la sua prima volta nel ruolo di colonizzatore. Il primo contatto su Castore.

 

Ricordava come il cuore gli martellasse nel petto mentre il raggio antigravità della “De Groot”, la nuovissima nave ambasciata, la prima mai costruita dalla Terra e che conteneva il meglio della tecnologia del loro pianeta, lo faceva planare lentamente sul suolo.

Solo pochi giorni prima era stato raccolto il segnale della sonda decodificatrice e la De Groot si era diretta a tutta velocità verso la destinazione.

“La tempestività è tutto!” Era questa la frase che aveva guidato i passi del giovane Ento in quella missione, quelle parole erano state dette da uno dei più famosi diplomatici Treyy durante una lezione all’accademia dell’Unione. I segnali delle sonde potevano essere raccolti anche da altre razze appartenenti all’unione, che avrebbero potuto scippare il primo contatto e tutti i privilegi e i guadagni che ne derivavano.

“In diplomazia tutto è concesso” era l’altra frase che amava dire il suo professore e, in effetti, era vero. L’unica regola era che si dovesse aspettare che la sonda decifrasse il linguaggio dei nativi, la possibilità di comunicare era essenziale, anche ai fini di porre rimedio a eventuali sbagli degli ambasciatori. Eseguire un primo contatto in assenza di completa codifica non solo rendeva nulli gli accordi commerciali e i benefici derivanti dalla scoperta, ma innescava anche una serie di misure punitive: le navi ambasciata erano requisite e i loro diplomatici costretti a viaggiare su navi di linea e solo per svolgere la normale amministrazione.

In ogni caso loro erano a posto, avevano regolarmente attraccato dopo aver ricevuto il segnale e ora, per la prima volta nella storia, la Terra stava per comunicare con una razza sconosciuta all’Unione.

Nel posare il proprio piede sul suolo di Castore, Ento si sentì come un novello Neil Armstrong, quello era un grande passo per l’umanità!

Un passo che l’avrebbe fatto entrare nella galleria dei grandi personaggi della storia.

Avevano usato una procedura standard, l’astronave l’aveva posato in un largo spiazzo del più grande agglomerato urbano e aveva creato intorno a lui un campo di forza per alcune centinaia di metri. Nel frattempo avevano trasmesso l’usuale messaggio usato dai dignitari dell’Unione per presentarsi, chiedendo un colloquio con un rappresentante delle istituzioni.

Sapevano poco dei castoriani. Come sempre accadeva in quei casi la necessità di arrivare per primi vinceva sopra la prudenza, tutta la responsabilità di condurre a buon fine le trattative era sulle sue spalle ma Ento era pronto a gestirla. I suoi sette anni nell’accademia non erano passati invano: si era diplomato al primo posto nel suo corso, raggiungendo punteggi record, si era sottoposto a condizionamenti mentali che lo rendessero immune da manifestazioni di paura o ribrezzo davanti all’aspetto fisico degli alieni e aveva appreso tutti i segreti dell’alienologia.

La sua unica reazione all’abbassamento del campo di forza e all’avanzare dei nativi di Castore fu quindi quella di prendere un bel respiro e di cercare di contenere l’entusiasmo che sentiva al suo interno.

I castoriani pur essendo una razza terrestre ricordavano a Ento degli animali marini, la parte superiore era molto simile al pesce razza ma, sotto di essa, partivano cinque tentacoli, simili a quelli dei polpi o delle seppie. Nel complesso gli sembravano esseri simpatici e, durante quel primo colloquio, tutto lo portò a confermare quell’impressione. Stava andando tutto a meraviglia, neanche fosse un’esercitazione dell’accademia! Si trovarono d’accordo su quasi tutto e, alla fine, quando Ento vide il tentacolo anteriore del dignitario castoriano sporgersi verso di lui, gli venne naturale intercettarlo con la sua mano destra ed esibirsi in una vigorosa stretta di mano.

All’improvviso un acuto lamento lacerò l’aria: il dignitario alieno si afflosciò davanti a lui ed Ento si trovò circondato e portato via a viva forza da quattro castoriani armati in ogni tentacolo.

Appena prima di sparire sotto quella massa di corpi ebbe la prontezza di ordinare al capitano della De Groot di non reagire in alcun modo, di contattare il Gran Consiglio e di aspettare ulteriori ordini da loro o da lui.

Nelle ore successive fu sottoposto a un duro interrogatorio: lo spogliarono privandolo di ogni forma di comunicazione con la nave e insistettero per sapere perché – quando il loro governante si era sporto per aspirare il suo odore e l’essenza, quale suggello degli accordi appena presi – lui avesse reagito afferrando la testa del loro dignitario e schiacciando il suo cervello in una presa mortale.

Ovviamente lui aveva dichiarato la sua innocenza, spiegando che era stato un errore in buona fede perché il gesto di stringere quello che lui credeva essere un normale arto, era un’usanza del suo pianeta.

I castoriani si dimostrarono scettici, non credevano alle sue scuse, non riuscivano a capire la motivazione di un gesto così folle e lo interpretarono come un tentativo d’intimidazione della loro specie da parte di quei nuovi arrivati. Decisero quindi che andava punito severamente, per dare un segnale, e lo condannarono a morte. Per la precisione sarebbe stato giustiziato in pubblico mediante decapitazione.

Il giorno successivo fu portato in una specie di grande stadio, pieno fino all’inverosimile di castoriani, lì fu fatto salire su di un palco posto a diversi metri da terra e costretto a sdraiarsi su una lastra di pietra cui fu legato. Poi uno degli alieni si avvicinò stringendo in un tentacolo una grande lama che, con velocità fulminea, calò su di lui.

Un lampo bianco di dolore accecò gli occhi dell’ambasciatore terrestre e un urlo di sofferenza scaturì dalla sua gola. Mentre ancora poteva sentire il dolore spandersi per tutto il corpo, una parte della sua mente si rese conto del rumore dei raggi stordenti e delle grida umane che attraversavano l’aria intorno a lui.

La comandante Anna Giveto aveva organizzato una squadra speciale per recuperarlo e, non appena era stato portato all’aperto ed era stato possibile localizzarlo, l’aveva inviata in suo soccorso. I militari lo liberarono dai suoi legami e lo trasportarono sull’astronave il più in fretta possibile.

Nei giorni seguenti, mentre veniva curato nell’infermeria della nave ambasciata, le cose si calmarono e l’incidente poté essere superato. Anche grazie al fatto che i castoriani avevano potuto vedere con i loro occhi che, nonostante il piede di Ento fosse stato tagliato via, l’ambasciatore aveva continuato a vivere. Rendendo più credibile le sue affermazioni circa il fatto che non in tutte le razze il cervello si trovasse nell’arto inferiore destro.

 

Ancora oggi Ento guardava il piede bionico che aveva sostituito l’arto originale con una sorta di benevolenza, era proprio a causa della mutilazione subita che la sua carriera non era terminata dopo quell’episodio. Il Gran Consiglio non se l’era sentita di punirlo ulteriormente, e si era limitata a tenerlo lontano dalle zone più interessanti per un po’ di tempo, tanto che il suo secondo primo contatto ebbe luogo solo cinque anni dopo.

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Corpo diplomatico – parte I di Davide Piccirillo è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Il barattolo

Dev’essere il barattolo! Eccola l’unica spiegazione possibile. Dev’essere speciale, altrimenti dopo tutto questo tempo si sarebbe rovinato. Invece è in condizioni perfette. L’etichetta integra, senza strappi o macchie, con il bianco e il rosso brillanti come appena stampati. La latta priva di ammaccature, come se fosse stata aperta solo oggi.
Perfetto, in ogni dettaglio.
Dev’essere per forza un barattolo magico!
Da quando il vecchio Jack è passato all’altro mondo e Tom ha ereditato il suo angolo, ho perso la serenità. Ero il miglior accattone della città “Larry, il re degli spiccioli” e invece, ora, lui incassa più di me.
Mi sono scervellato per capire il perché.
Non si lava da due mesi?
Io da tre. Sono arrivato a farmela addosso e a stare tutto il giorno immerso nella mia stessa piscia pur di superarlo.
Ringrazia ogni persona che gli fa l’elemosina biascicando “Che il signore la protegga”?
Io spalanco la bocca nel sorriso più largo del mondo, espongo tutti i miei denti cariati in bella vista e urlo a squarciagola:
«CHE IL SIGNORE E TUTTI I SANTI DEL PARADISO SIANO TESTIMONI DELLA SUA GENEROSITA’ E LA VEGLINO DALL’ALTO».
Tutto inutile, quando la sera gli chiedo quanto ha tirato su, la sua cifra è sempre più alta della mia.
Ogni.
Fottutissima.
Sera.
Deve essere a causa del barattolo magico.
E’ una mattina come le altre. Sono seduto al mio angolo, chiedendo ai passanti di infilare un obolo nel mio barattolo di zuppa vuoto. All’improvviso vedo arrivare Larry, l’accattone che lavora di fronte a me. Sta correndo, cosa che non gli ho mai visto fare sino a ora, ma non riesco neanche ad avere il tempo per stupirmi perché subito dopo fa una cosa ancora più incredibile, si piega e mi ruba il barattolo con l’elemosina!
Un secondo dopo lo osservo sparire tra la folla mentre urla come un pazzo:
«MIO! IL BARATTOLO E’ MIO ORA!»
È impazzito? Perché l’ha fatto?
Certo non per i soldi. Nessun accattone degno di questo nome tiene più di qualche spicciolo nel barattolo e lui lo sa bene.
Ha rinunciato al suo angolo, uno dei migliori della città: perché se lo rivedo in giro ne prenderà un bel po’.
Dev’esserci un’altra ragione. Forse qualcuno gli ha detto che all’inizio l’ho preso in giro, quando gonfiavo il bottino della giornata per fargli credere che guadagnavo più di lui.
Che cavolo! Mi dava i nervi con la sua aria da migliore del mondo. E poi è stato un bel po’ di tempo fa, ultimamente con tutta quella puzza di urina e quegli urli sguaiati prendeva veramente meno di me.
Bah! Si sarà ammattito.
Da quello che urlava, sembrava quasi che volesse il barattolo. Che se lo tenga pure, tanto stasera l’avrei buttato ugualmente. Il droghiere mi regala tutti i giorni una lattina piena di zuppa e, come sempre, domani userò quella per raccogliere l’elemosina.
Penso che avere un contenitore sempre nuovo faccia bene agli affari.

 

 

 
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