racconto

Agente Atmosferico – III° e ultima parte

Oscar, il suo gatto arancione, gli fece immediatamente presente la necessità di un pasto fresco, e l’IA riferì di aver registrato una comunicazione del suo supervisore. Sdraiato sul suo letto e con in grembo il felino, Kol chiamò la sede centrale climatica.

Sullo schermo comparve il volto del suo maestro, Heli Hammed, la faccia, incorniciata dai capelli e dalla barba bianca, esprimeva preoccupazione:

«Ho appena ricevuto un rapporto del comandante Keller» esordì.

“Quel figlio di loom non ha perso tempo» pensò Kol.

«Posso immaginarne il tono» disse.

«Certe volte non riesco proprio a capire come, con un carattere così, tu sia riuscito a passare il test.» continuò l’altro con aria stanca «Alle volte non fa male piegarsi alle pressioni esterne, adeguarsi. Non dovrebbe essere questa la prima dote di un ufficiale climatico?»

«Mi sono limitato a fare quello che pensavo fosse giusto. Il problema è che il comandante non gradisce la mia autonomia decisionale, e oggi ha chiaramente espresso la sua intenzione di diminuirla»

Così dicendo gli riferì del colloquio avuto con Keller e dell’inquietante minaccia di quest’ultimo.

«Sembra una cosa seria» disse preoccupato Hammed «Parlerò con chi di dovere. Una cosa è volere la collaborazione dell’ufficiale climatico, altro è pretendere di avere parte nelle decisioni o, addirittura, minacciare un nostro agente»

Con il suo solito modo di fare spiccio il supervisore troncò la comunicazione.

Kol si rilassò, soddisfatto, ci avrebbero pensato i suoi superiori a garantire la sua sicurezza. I militari come il comandante spesso non avevano ben chiaro quale fosse il ruolo e la potenza dell’agenzia climatica. Un organismo capace che radunava ragazzini da ogni parte dell’unione e li allevava e preparava per il lavoro di ufficiale climatico. L’ACAA (Agenzia Controllo Atmosferico Artificiale) era come una grande madre: severa ed esigente, ma sempre pronta a difendere i suoi figli.

Chiudendo gli occhi cullato dal ritmico ronfare del gatto, l’unico al mondo che sembrava gradire la sua compagnia, ripensò alle parole di Heli e anche a quelle di Jolly: entrambi avevano fatto riferimento al giorno del test.

 

Aveva circa dodici anni. Insieme agli altri ragazzi della sua camerata all’orfanotrofio era andato in gita al parco degli alberi casa. I loro insegnanti avevano organizzato un piccolo accampamento ai piedi di una collina. Da lassù potevano godere di una vista meravigliosa sulla folta foresta attorno a loro, a poca distanza c’era anche il basso edificio di cemento senza finestre che ospitava i bagni e che aveva un’ampia sala nel caso di brutto tempo. Era stata una giornata molto bella, passata a giocare e a esplorare la foresta. Persino Jolly, il bulletto che lo tormentava continuamente, aveva trovato di meglio da fare che prenderlo in giro.

Improvvisamente, tutto era cambiato. Il cielo aveva iniziato a brontolare, con le nuvole che, sempre più nere, diventavano minacciose. Gli insegnanti parevano essere spariti, e i ragazzi, spaventati, si guardavano l’un l’altro, indecisi sul da farsi. La maggior parte di loro si era messa a correre in direzione dell’edificio di cemento, ma Kol non aveva voglia di rinchiudersi in un edificio chiuso. Così si guardò attorno alla ricerca di un riparo e, proprio a pochi passi, sul fianco della collina, vide una sporgenza rocciosa, piuttosto profonda. Si diresse da quella parte e, raggomitolato al sicuro e all’asciutto contro il fianco della montagna, guardò come se la cavavano gli altri.

Erano tutti sul sentiero che portava alla costruzione, i primi erano già entrati ma la maggior parte si stava affollando davanti alle porte. Distaccato di qualche decina di metri c’era Jolly. Anche da quella distanza riusciva a riconoscere i suoi capelli biondi e la sua aria spavalda. Camminava lentamente e si fermava spesso: allargava le braccia in mezzo alla strada, la faccia rivolta contro il cielo, e lanciava un urlo fortissimo, a metà strada tra una risata e un grido di provocazione.

«Alcuni hanno quel tipo di atteggiamento» gli spiegò quella sera Heli, mentre lo accompagnava verso la sua nuova casa «Sfidano la natura. E ovviamente non sono adatti: persone di quel genere cercherebbero di giocare troppo con il clima, di piegarlo ai loro voleri, senza seguire lo schema naturale. La maggior parte, invece, fugge verso il riparo più sicuro: sono quelli che vorrebbero che fosse sempre bel tempo. Anche loro non vanno bene. Infine ci sono quelli noi» gli disse sorridendo, e, guardando quella barba marrone e quegli occhi intelligenti, Kol si sentì felice di poter finalmente appartenere a qualcuno o qualcosa «quelli che si siedono al riparo di una roccia e si godono lo spettacolo di un bel temporale estivo»

 

Anni dopo aveva lui stesso aiutato a organizzare test di quel genere, studiando le previsioni e inviando sul luogo di possibili temporali delle scolaresche. C’era sempre più bisogno di agenti climatici. Personaggi come Keller potevano continuare all’infinito a sbraitare contro la loro incapacità di adeguarsi alle necessità e ai voleri dell’equipaggio.

Non capivano.

Già dopo i primi anni gli psicologi avevano notato che i programmi per la gestione climatica non davano buoni effetti. Gli spaziali, sapendo che dietro ai cambiamenti climatici c’era un software, non riuscivano a sentirsi veramente a loro agio. Così si era provato a far decidere a degli uomini quale dovesse essere il clima artificiale delle stazioni e le cose erano andate meglio. Forse per via dei ricordi atavici, quando gli uomini primitivi o quelli dell’antichità attribuivano a figure divine, ma dalle fattezze e caratteristiche umane, i capricci del tempo.

Così era nato il corpo climatico.

E lui era tra i loro migliori esponenti, quello sotto la cui supervisione c’erano meno incidenti sul lavoro, meno casi di depressione o di estraniamento da spazio profondo. E questo perché era allo stesso tempo metodico (seguiva con scrupolo l’andamento delle stagioni) e imprevedibile (capace di rovinare un giorno di festa con un violento temporale).

 

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Agente Atmosferico – II° parte

«Il problema è che quell’uomo non avrebbe dovuto sapere il mio nome.» sbottò Kol irritato «C’è una ragione per cui nelle grandi stazioni spaziali non si divulga il nome dell’addetto al clima. Lei, però, al suo insediamento, ha voluto rendere pubblici i dati di tutti i responsabili della stazione, nonostante le avessi espressamente chiesto di non farlo»

«Me lo aveva detto il comandante Salieri che lei era un tipo particolare. Ho diffuso i nomi proprio in previsione di evenienze come questa. Credevo che ci avrebbe pensato due volte, prima di fare dei colpi di testa del genere. Specie sapendo che avrebbe potuto pagarne le conseguenze. Ma no… lei è il signore del tempo! E allora non si lamenti se poi la gente la tratta così. La prossima volta, forse, sarà lei ad accettare i miei consigli sull’opportunità di pensare al bene della nave»

«Il bene della nave è il mio primo pensiero. E non è suo compito dirmi come svolgere il mio lavoro» ribatté stizzito Toome.

«Non si azzardi a parlarmi in questo modo!» gridò il capitano, gli occhi che quasi schizzavano fuori per la rabbia «Io sono il comandante della stazione!»

«Questo è il suo primo comando in una stazione con un parco biologico» rispose l’ufficiale climatico «mentre io gestisco questo genere di situazioni da più di dieci anni. Avrebbe dovuto prestare ascolto a quello che le dicevo. E per quanto riguarda la punizione che mi ha comminato, voglio ricordarle che gli agenti del corpo climatico sono al di fuori della sua giurisdizione e che ho il grado di comandante. Se insisterà con questo suo atteggiamento ostruzionista mi vedrò costretto a presentare reclamo presso l’ammiragliato.»

La furia negli occhi del capitano sembrò raggiungere livelli mai visti prima, ma rispose tenendo la voce bassa e sforzandosi di esibire un sorriso.

«Ha ragione comandante. Lei non rientra nel novero dei miei sottoposti. Ma la sua sicurezza sì, e il mio timore» continuò guardandolo negli occhi e inserendo un tono minaccioso nella voce «è che la prossima volta, magari, gli agenti potrebbero non riuscire a intervenire in maniera così sollecita. Potrebbero arrivare con una decina di minuti di ritardo, dieci minuti estremamente lunghi se passati tra le mani di qualche bestione infuriato. Mi sono spiegato?»

«Chiaramente» rispose Kol, poi si girò e abbandonò l’ufficio del capitano.

 

Mentre tornava verso i suoi alloggi incrociò una miriade di sguardi ostili, e ricominciò a imprecare contro l’irragionevolezza del capitano. “Piove, governo ladro” era una frase comune alcuni secoli prima e poteva essere adattata anche alla vita sulle stazioni spaziali. L’essere umano aveva bisogno di incolpare a qualcuno per lei capricci del tempo, il problema era che, normalmente, questo qualcuno non era a portata di mano.

Kol affrettò il passo verso l’ascensore che portava alle zone più basse della stazione.

«Ehi tu!» gridò una voce dietro di lui «Agente atmosferico, aspetta.»

Il cuore del comandante Toome manco un colpo, allarmato, ma fortunatamente a parlare, e a chiamarlo con quel soprannome irriverente, era stato “Jolly” Hogeran, un suo vecchio amico. Il tenente Joollan Hogeran lavorava nella sezione comunicazioni, che era vicina al suo alloggio, e lo aveva chiamato solo per chiedergli di tenere aperta la porta dell’ascensore.

«Ho sentito che oggi hai avuto una giornata movimentata» gli disse sorridendo non appena le porte si furono chiuse davanti a loro.

«Hai sentito bene» fece Kol con una smorfia.

«Certo che non ti capirò mai. Cioè, divertente dev’essere stato divertente» disse sogghignando «far scappare come gatti bagnati tutti quelle famiglie con il cestino da pic-nic. Ma cavolo! Adesso conviene che vai in giro camuffato»

Mentre il suo amico continuava a divertirsi alle sue spalle, Kol si sorprese a ragionare circa l’effettiva utilità di un travestimento, ma poi scosse la testa, irritato con se stesso: sarebbe stato patetico.

La porta dell’elevatore si aprì, lasciando entrare il sottotenente Saska Terelj, l’addetta alla sicurezza della prigione.

«Ah, tenente Terelj, sempre più affascinante» la salutò, galante, Jolly.

Alto circa un metro e novanta, biondi capelli tagliati a spazzola, occhi verdi, faccia simpatica e sorriso allegro. Il tenente Hogeran era il playboy della stazione, convinto che nessuno potesse riuscire a resistere al suo fascino.

La ragazza lo salutò con freddezza, lasciando invece scivolare lo sguardo sopra Toome. Fingendo di non notare la scortesia Kol le rivolse un breve cenno col capo.

Quella bellissima ragazza, con il suo fisico snello, i capelli neri tagliati corti, la pelle olivastra e gli occhi blu, aveva sempre avuto la capacità di ridurlo al silenzio. I due s’incrociavano spesso essendo la prigione, al pari del centro di comunicazione, sullo stesso, piccolo, livello dell’appartamento di Kol.

«Com’è andata la festa del salto?» chiese maliziosamente Hogeran «Mi sembrava di aver sentito che saresti andata col tuo ragazzo a fare un pic-nic»

Kol cercò di diventare più piccolo possibile. Ci mancava pure quella!

«E’ andata male» rispose glaciale Saska «Sai com’è, il 24 luglio ci si aspetta un tempo soleggiato. L’ideale per una giornata all’aperto. Invece è venuto giù il diluvio, manco fossimo a novembre»

Mentre Jolly lo osservava cercando inutilmente di reprimere un risolino, l’agente atmosferico si sentì in dovere di replicare.

«A dire la verità, i temporali estivi sono un fenomeno piuttosto frequente. E una delle loro caratteristiche è proprio la violenza e l’abbondanza delle precipitazioni. Di contro, c’è che durano relativamente poco.»

«Sì, durano poco.» rispose lei con aria seccata  «Ma è difficile godersi il resto della giornata se ci si è bagnati come dei pulcini!»

«Il parco è pieno di gazebo e di ripari. Sarebbe bastato rifugiarsi sotto uno di loro per qualche tempo» replicò Kol in un disperato tentativo di difesa.

«E’ quello che abbiamo cercato di fare. Solo che erano tutti strapieni e mi è toccato pure sedare un paio di risse.»

«Ahi!» s’intromise Jolly, con aria allegra «Allora hai lavorato anche nel tuo giorno di riposo»

Toome gli scoccò uno sguardo ostile: quelle affermazioni non lo aiutavano certo. Ma Hogeran era troppo impegnato a divertirsi a spese loro, per preoccuparsi di altro.

«E’ esattamente quello che mi ha detto Jul, il mio ragazzo, quando siamo tornati a casa. Sarà stata la stanchezza, o il nervosismo, ma quella che doveva essere un’occasione per rinsaldare il nostro rapporto è diventata la definitiva causa di rottura»

Un silenzio totale scese sulla piccola cabina. L’agente climatico provava sentimenti contrastanti a quella notizia, da una parte gli faceva piacere che la ragazza fosse tornata libera, dall’altra era evidente che il modo e le ragioni con cui era avvenuta quella rottura non lo mettevano in buona luce. Pensò per qualche istante alla cosa giusta da dire, ma rinunciò. Ogni suo ulteriore tentativo di giustificarsi sarebbe servito solo a peggiorare la situazione.

Fortunatamente le porte dell’ascensore si aprirono, liberandolo dalla necessità di continuare la conversazione.

Si diressero tutti verso le loro destinazioni e il sottotenente, grazie al suo passo sostenuto, li distanziò ben presto. I due uomini ebbero così la possibilità di scambiarsi ancora due parole.

«Sai una cosa? Sono proprio contento di aver fallito la prova, quel giorno. Non t’invidio, Kol» disse l’addetto alle comunicazioni, mentre si salutavano «Il tuo non è un lavoro che agevola la vita sociale. Per esempio dubito che tu e il sottotenente Terelj sarete mai buoni amici.»

Toome fece un sorriso forzato e non rispose, l’altro, ne era sicuro, aveva certamente capito i suoi sentimenti per la ragazza, e quella era un’altra frecciatina, lanciata solo per il gusto di dargli fastidio.

“Magari” ragionò Kol “Anche Jolly era tra le persone sorprese dal temporale”

Quel pensiero lo rinfrancò per qualche secondo, ma ben presto le preoccupazioni e le emozioni di quella giornata lo riassalirono e, con la mente affollata solo dalla voglia di rintanarsi in un posto sicuro, aprì la porta del suo appartamento.

 

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L’androide dalle mani lunghe – III° e ultima parte –

immagine: “Depressed robot” da http://www.conceptart.com

 

 

Una vera e propria isteria collettiva scoppiò tra la gente. Vennero segnalati centinai di casi di comportamento scorretto del W4, un paio di donne affermarono persino di essere state violentate dall’automa anche se -ovviamente vista l’impossibilità per gli automi di poter fare del male agli umani- le loro affermazioni si rivelarono false.
Su internet si moltiplicarono i video in cui gli autori si divertivano a mettere l’androide nelle situazioni più assurde e a registrarne poi le reazioni.
Tutto questo si ripercuoteva su di me. La gente m’identificava come il padre degli strani comportamenti dell’automa, dando per scontato l’assioma “se il W4 si comporta così vuol dire che anche lui lo farebbe o lo fa”. Diverse signore con le quali, sino ad allora, avevo sempre avuto rapporti piacevoli e all’insegna della correttezza, si ritrovarono preda dell’angoscia quando ero nelle vicinanze, evitavano di incontrarmi e persino di salutarmi, nel timore che potessi cedere ai miei istinti più bassi e renderle oggetto di pesanti avance.
D’altro canto per parte della popolazione femminile esercitavo un fascino quasi irresistibile. Alcune donne si proponevano a me in maniera sfacciata, attratte dalla mia fama di cattivo ragazzo e io, pur non essendo interessato a molte di quelle fanatiche, devo ammettere che cedetti alla tentazione di “tastare con mano” la bontà delle argomentazioni di alcune di loro: le più giovani e belle.
Questo causò la rottura del matrimonio con mia moglie e la conseguente erosione di una discreta parte del patrimonio, a causa del divorzio.

«C’è un errore di fondo nella programmazione. Per qualche ragione, dopo un certo periodo d’attività, l’androide sviluppa un impulso irresistibile verso determinate zone del corpo femminile» fu la spiegazione che Ferrandini diede durante la conferenza stampa in cui l’AT, circa sei mesi dopo l’incidente, annunciò il ritiro dal mercato del modello W4.
Accolsi la notizia con piacere, finalmente sarei potuto tornare a una vita normale. Ci sarebbe voluto del tempo per far placare tutto il polverone su quell’affare ma, piano piano, le cose per me si sarebbero rimesse a posto.
Sbagliavo nuovamente.
I dirigenti dell’AT erano arrivati alla conclusione che l’errore nell’intelligenza artificiale era sicuramente da attribuire a me e alla mia psiche malata e, quindi, mi fecero causa. Chiedendomi di riparare in parte ai danni derivanti dalla catastrofe del W4.
«Se proprio devo rinunciare ai miei soldi, piuttosto che darli a loro li spendo tutti in avvocati!» dissi incautamente davanti al mio legale di fiducia.
Mi prese in parola.
Devo ammettere che trovai brillante la strategia del mio avvocato. Decise da subito di non avventurarsi sulle responsabilità dei comportamenti del W4, ma di spostare la discussione sulle strategie dell’AT.
«Se l’azienda ritiene di aver subito dei danni a causa del ritiro e del rimborso dei suoi prodotti,» disse durante l’arringa finale «questi sono da addebitarsi esclusivamente alle sue politiche di mercato e non a delle colpe del mio assistito. È vero, in taluni casi, i W4 hanno dei comportamenti inusuali, ma tali comportamenti non hanno mai messo in pericolo nessuno dei clienti dell’azienda né hanno mai impedito agli androidi di portare a termine i compiti loro assegnati. Quindi, a rigor di garanzia, non sussistevano i presupposti per obbligare l’azienda a sostituire gli automi. La scelta di ritirare i W4 dal mercato è stata dell’Androidi Tecnologici Spa. Non intendo entrare nel merito di tale decisione, mi limito a costatare che non è corretto, ora, voler addebitare i costi di quest’operazione di marketing sulle spalle del mio cliente»
Gli avvocati dell’AT, già pronti a battagliare a suon di perizie psichiatriche e testimonianze dei più grandi esperti di software, furono spiazzati da questa mossa, e non riuscirono a opporre un’adeguata resistenza.
Tra primo, secondo e terzo grado, il processo andò avanti per più di cinque anni, prosciugando quasi completamente il mio conto in banca. Alla fine il giudice mi diede ragione e obbligò l’AT a risarcirmi per le spese legali anticipate.
Finalmente la fortuna sembrava essere tornata a sorridermi, il giorno della sentenza uscì sul balcone del mio piccolo appartamento -quello lussuoso in cui abitavo con mia moglie avevo dovuto venderlo tempo prima- e brindai felice, rivolto al cielo -o almeno a quella piccola parte di cielo che era possibile vedere attraverso la cupola-.
In ultimo uscì fuori che anche gli avvocati dell’AT erano in grado di avere colpi di genio, infatti convinsero il giudice che, vista la nostra posizione, e cioè che gli androidi fossero perfettamente funzionanti e in grado di svolgere i loro compiti, ritenevano giusto e adeguato saldarmi il conto delle spese legali in natura, consegnandomi 3500 modelli di W4 -gli unici scampati alla demolizione- il cui valore nominale era persino più alto della cifra pattuita come rimborso. Con mio sommo stupore e disappunto il giudice ritenne valido il loro ragionamento.

Dodici anni fa ero un impiegato di medio livello di una controllata dell’AT, un po’ a corto di soldi a causa della tendenza di circondarmi con oggetti al di sopra delle mie possibilità economiche ma, fondamentalmente, sereno e appagato dalla mia vita, non eccessivamente stressante, passata in compagnia di mia moglie.
Ora guadagno meno di quanto guadagnassi allora, sono solo come un cane e passo tutto il tempo cercando di affittare al miglior offerente degli androidi con la tendenza ad allungare le mani.
Forse in tutto questo c’è una morale ma, sinceramente, io non riesco a trovarla.

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Corpo diplomatico – Parte II

«Il comandante Giveto vorrebbe sapere se desidera rendere nota la nostra presenza ambasciatore»

«Sì, Kolde, riferisci al comandante che può iniziare a scendere sulla città e a mandare in onda il messaggio standard. Io verrò nella sala sbarco tra pochi minuti»

«Bene signore»

Con un movimento fluido Ento infilò la giacca dell’uniforme in maniera veloce, per evitare il più possibile di vedere il suo torace.

Un ricordo del primo contatto con Hodar IV°.

 

Hodar IV°, un pianeta bellissimo, le cui terre erano quasi completamente ricoperte da grandi foreste di piante sempreverdi.

Ento ricordava ancora come si sentiva soddisfatto la sera della fine dei colloqui preliminari. Aveva stipulato accordi molto soddisfacenti, gli hodariani erano grandissimi giardinieri e avevano la capacità di entrare in contatto con le piante a livello di energia vitale. La loro civiltà, pur se molto evoluta, era maniacalmente attenta all’ecosistema del loro pianeta e ne aveva fatto una specie di paradiso in terra.  Gli hodariani avevano persino acconsentito a mandare un nutrito contingente dei loro migliori tecnici per aiutare i terrestri nella difficile riconversione ecologica che il loro mondo stava tentando di fare, questo rapporto tra le loro razze avrebbe quindi permesso alla Terra di avere enormi benefici.

Ancora una volta l’ambasciatore Iohal si sentiva orgoglioso di far parte di quel momento storico.

Alla fine dei negoziati gli hodariani comunicarono il desiderio di esibirsi a favore dell’ospite in una danza del loro popolo, che tradizionalmente era eseguita proprio in occasione di accordi importanti, gli spiegarono che era fatta per attirare, grazie alla bellezza e alla grazia dei movimenti, il favore degli dei.

Ovviamente Ento si dichiarò più che felice di assistere a una tale esibizione e i partecipanti agli accordi si disposero a semicerchio davanti al fuoco che illuminava la radura nella quale si erano tenute le riunioni. Al centro del semicerchio stava Ento, impaziente di ammirare lo spettacolo.

La descrizione piena di ammirazione per l’armonia dei ballerini lo aveva reso molto curioso. Ai suoi occhi ogni movimento degli hodariani era colmo di eleganza. Gli abitanti di quel pianeta erano quanto di più simile egli avesse mai visto alla descrizione degli angeli. Sembravano composti di sola luce, erano praticamente immateriali, tanto che si poteva addirittura guardare attraverso di essi, e si muovevano fluttuando a circa cinquanta centimetri dal terreno. Le loro braccia somigliavano molto a delle ali, da quella che in un normale corpo terrestre sarebbe stata la mano, infatti, partiva una striscia di luce che si allargava velocemente sino a metà della lunghezza del braccio per poi restringersi di nuovo alla larghezza iniziale a mano a mano che proseguiva verso il busto. L’effetto era molto simile a quello di una larga manica di tessuto posta su un braccio umano.

Lentamente la danza ebbe inizio ed Ento fu rapito dalle evoluzioni dei danzatori e dalla musica che risuonava nella radura. Pian piano la musica iniziò a salire di volume e di ritmo e, allo stesso modo salì la velocità dei movimenti degli hodariani e, cosa che sorprese Ento, anche la loro luminosità. A un certo punto, al culmine della musica, i due danzatori, si spostarono verso le estremità del semicerchio e dai loro corpi, ormai talmente luminosi da abbagliarlo, partirono dei cerchi di energia luminescente. I due cerchi avanzarono lentamente verso gli astanti e man mano che l’energia raggiungeva gli hodariani, questi si esibivano in versi di apprezzamento e di gioia. Quando le due onde energetiche furono vicine a raggiungerlo l’ambasciatore trasse un lungo respiro, ansioso di sperimentare l’effetto benefico della luce.

Scoprì poi, al suo risveglio nell’infermeria della De Groot che l’energia era innocua per gli hodariani ma non per la fisiologia terrestre. Due lunghe cicatrici andavano ora da una parte all’altra del suo busto, in linee parallele distanti dieci centimetri l’una dall’altra.

L’unico fatto positivo di quell’avventura fu che gli hodariani, sentendosi terribilmente in colpa, decisero di aumentare il numero del loro gruppo di tecnici e anche il tempo di permanenza sulla Terra, il tutto ovviamente a titolo gratuito. La cosa si rivelò di fondamentale importanza soprattutto perché quasi subito dopo il loro ingresso nell’Unione Planetaria, visto l’enorme richiesta, Hodar IV° fissò delle tariffe astronomiche per l’invio dei propri consulenti.

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L’eterea pozione

L’eterea pozione

Ho pubblicato per la prima volta questo racconto all’interno del forum inchiostro e patatine ( http://www.ilforumletterario.com/ ), in una sezione dedicata a un esercizio: scegliere un personaggio di un quadro e inventarsi una storia. Il mio personaggio era lo scienziato al centro.

«È arrivata la colomba?» chiese Aloisio, mentre passava freneticamente da un lato all’altro del piccolo laboratorio.
I lunghi capelli bianchi scendevano morbidi sino alle spalle e incorniciavano un volto affilato, come l’intelligenza che s’intuiva brillare all’interno dei suoi occhi neri. Era ancora vestito con una vestaglia rossiccia e le ciabatte ai piedi, ma questa non era una cosa infrequente, la mente del genio era troppo presa da pensieri importanti e spesso dimenticava cose ovvie e per lui insignificanti, come vestirsi.
«Non ancora, signore. Come vi ho già detto il mercante ha promesso di passare nel pomeriggio, e sono solo le nove di mattina»
«L’ora migliore per avere buone idee!» sentenziò lo studioso.
Cecco annuì, come sempre, anche se avrebbe avuto diversi argomenti per contestare la bontà delle idee che il suo principale aveva avuto, durante le migliaia di mattine che il ragazzo aveva passato al suo servizio. Da quando Aloisio da Chiaravalle, esimio alchimista, scienziato e inventore, lo aveva prelevato, all’età di sei anni, dalla casa degli orfani, la sua vita era cambiata e lui era stato scaraventato all’interno di un enorme gorgo, dove entrambi lottavano inesauribilmente solo per rimanere a galla. Ma nessun servitore di buon senso si sarebbe messo a discutere con il suo padrone, e tanto meno lo avrebbe fatto lui, anche perché sapeva benissimo che, in quello stato di totale agitazione, l’uomo non avrebbe sentito nemmeno una parola delle sue eventuali recriminazioni.
«Dev’essere di notte!» esclamò Aloisio «Solo di notte può funzionare. La luce del sole è troppo pesante, troppo nitida, il sole vuole farci vedere le cose come sono, mostrarcene ogni più terreno elemento, ma la luna… La luce della luna è eterea, argentea, è fatta per permettere ai sogni di librarsi leggeri sopra le nostre teste. È la luce di cui abbiamo bisogno»
«Certamente, signore» rispose il ragazzo «avete ragione. Ma ora non sarebbe il caso di dare un’occhiata alla pentola grande? L’intrugl… ehm… la vostra pozione, sta cominciando a emettere un fumo piuttosto denso, e anche un odore abbastanza pungente»
«La pozione per la ricrescita dei capelli! Me l’ero scordata!»
Così dicendo lo scienziato corse verso il camino su cui era sospeso il grosso pentolone. Rimase per qualche secondo a osservarne il contenuto per poi allontanarsi, spinto dalla necessità di immettere nei propri polmoni aria pulita, in sostituzione dei miasmi che lo stavano facendo soffocare e tossire.
«Ottimo… coff… ottimo… adesso si può spegnere, poi coff… lo lasceremo raffreddare per qualche ora»
Ovviamente tocco a Cecco insinuarsi tra la nuvola di fumo tossico e spegnere il fuoco.
«San Flagellato, protettore dell’avvelenato, salvami tu!» mormorò mentre eseguiva il compito.
Nel frattempo Aloisio era già impegnato in un altro esperimento, trafficando con una mistura di polveri e liquidi.
Un fragoroso scoppio e un’imprecazione in latino segnalarono la non riuscita della prova.
«Santa Costanza, datemi la pazienza!» esclamò, Cecco, vedendo la confusione provocata dall’esplosione.
«Devo aver sbagliato qualcosa» gridò Aloisio, reso momentaneamente sordo dall’esplosione.
«Non ci vuole un genio per capirlo» si lamentò il ragazzo, tenendo la voce bassa per evitare di farsi sentire.
«Comunque, fa niente, come dico sempre: i fallimenti sono i mattoni su cui si costruiscono le grandi scoperte.»
Nei nove anni passati da quando l’inventore lo aveva portato via dall’orfanotrofio, le grandi scoperte del suo padrone potevano contarsi sulle dita di una mano, ragionò Cecco. Non per questo l’ammirazione del ragazzo era diminuita, l’intelligenza di Aloisio era indubbia, appannata soltanto dalla scarsa capacità di organizzazione e dall’ostinazione nel voler fare cento cose alla volta.
«Venite qua, ora, padrone. Dovete togliervi quella fuliggine dalla faccia, non vorrei che fosse anche velenosa…»
«No, non è preziosa, non preoccuparti, Cecco.» rispose l’alchimista.
«Non ho detto preziosa, oooh, ma cosa parlo a fare… State fermo, fatevi pulire con questa spugna»
«Dobbiamo preparare la macchina per l’esperimento di stasera» urlò Aloisio «Dev’essere tutto perfetto, lo sai che vengono anche i miei finanziatori con le loro famiglie, devo fare bella figura! Chiedi alla cuoca di preparare dell’oca arrosto, a pancia piena si è propensi a vedere tutto sotto una luce migliore»
«A meno che non si soffra di stomaco» profetizzò Cecco, che odiava i pesanti piatti preparati dalla signora Santina, la cuoca cui si rivolgevano per le serate importanti.
«Dev’essere tutto perfetto…» ripeté lo scienziato, gli occhi persi nel vuoto e la mente già dietro a qualche nuovo pensiero.
«Lo sarà, signore, non preoccupatevi»

“Per fortuna la rendita del signore è abbastanza alta da permetterci di sopravvivere anche senza i soldi degli investitori” pensò quella sera Cecco, mentre, dall’altro lato della stanza, il suo principale stava dilungandosi nella spiegazione dell’esperimento.
La macchina, che somigliava vagamente a una lampada, era posizionata al centro del tavolo, al suo interno la colomba si agitava spaventata.
“Fai bene a esserlo“ ragionò il ragazzo ”Non t’invidio, povero uccellino”
«Il principio è facile. La colomba è composta di pelle, ossa, carne e sangue, ebbene, se noi, che siamo notevolmente più intelligenti, nonostante siamo composti degli stessi elementi, non possiamo volare, perché lei sì?»
«Perché ha le ali!» obiettò con ragionevolezza uno dei ragazzini.
«Ah! Beata innocenza!» replicò Aloisio, infastidito dall’interruzione «Le ali gli servono per muoversi nel cielo, per virare e prendere velocità, ma non sono quelle che lo fanno volare, altrimenti un uomo munito di ali artificiali volerebbe anch’egli, e non è così, credimi, io ci ho provato»
“Me lo ricordo ancora” pensò Cecco “Si è salvato per miracolo, grazie a San Fioravanti, protettore degli imprudenti“
«Come stavo dicendo dev’esserci qualche altra cosa, una sostanza eterea, miracolosa, che permette agli animali di librarsi nell’aria, sopra di noi. Pensate a come dev’essere! Osservare il mondo dall’alto, sfiorare le nuvole, ammirare il paesaggio che si distende all’infinito sotto di noi…»
«Sì, sì, abbiamo capito. Lasciamo perdere queste fantasticherie e torniamo all’esperimento!»
A parlare era stato l’uomo seduto sulla destra, era da parecchi minuti che se ne stava seduto, in silenzio, con lo sguardo corrucciato.
“Probabilmente sta pensando che avrebbe dovuto mangiare un po’ meno di quella stramaledetta oca“ ipotizzò l’assistente dell’inventore “Con il dolore allo stomaco che starà provando in questo momento, l’ultima cosa di cui vuol sentire parlare saranno gli uccelli”
«Bene. Allora concentriamoci sull’esperimento. Allora, per riuscire a distillare l’essenza del volo, ho inserito questa colomba nella macchina, ora girerò questa manovella e la spingerò verso le macine situate sul fondo dell’ampolla di vetro. Il meccanismo dividerà -grazie a una serie di filtri e setacci- le ossa, la carne e il sangue dell’animale, quello che rimarrà, l’aria volante, se così la vogliamo chiamare, verrà distillato e, grazie a questo sottile tubicino, infuso nel liquido posto nel bicchiere sul tavolo. Alla fine ognuno di noi berrà un sorso della pozione e, sono sicuro, ci ritroveremo tutti a volare nell’aria notturna»
«Si comincia!» esclamò eccitato, facendo girare la manovella.
La colomba prese ad agitarsi, una delle giovani figlie dei finanziatori voltò la faccia, disgustata, e la macchina cominciò il suo triste lavoro.
“Sarà l’ennesimo buco nell’acqua” sospirò Cecco “Possiamo dire addio ai fondi per le ricerche sulla pietra filosofale. Comunque se, come dice il mio padrone, i fallimenti sono i mattoni con cui si fanno le grandi scoperte, qui abbiamo almeno una colonna portante!”

 

fonte foto: en.wikipedia.org  dipinto: Esperimento su un uccello nella pompa pneumatica  di Joseph Wright of Derby

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L’eterea pozione di Davide Piccirillo è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Microdramma

«Sei proprio un babbo!»

Dieci a uno che è questo che mi dirà il Cino. Diventerò il caso umano della scuola. L’unico idiota che si è fatto beccare allo “sBARellato”.

E dire che ho visto bambini di otto anni fregare tre o quattro pacchi di caramelle da sotto il naso del titolare e lui niente. Probabilmente con tutta la roba che si è calato negli anni, gli si è fritto il cervello.

L’unica volta che ci provo io, invece, mi becca! Ed è pure saltato fuori che è un vecchio amico di mia madre. Così invece della sola figuraccia con annesso predicozzo, ‘sto rimbambito ha pure chiamato i miei. Non voglio nemmeno pensare alle menate che mi faranno. «Perché?», «I soldi per comprartelo li avevi…», «Come hai potuto?», e via così.

Che gli posso dire: «I soldi li avevo ma preferivo tenerli», «Lo fanno tutti i miei amici, e io ero l’unico che si faceva delle menate»

No, meglio stare zitto e beccarmi la mia punizione con aria afflitta e dispiaciuta.

E cavolo se sono dispiaciuto! Sono qui, seduto su una sedia del locale, con il barista che mi guarda male e il proprietario che, sono sicuro, ogni tanto gira la faccia per non far vedere che gli viene da ridere.

Sarà divertente per lui!

Che bisogno ne avevo? Non devo dimostrare niente a nessuno, se a loro va di fregare la gente che lo facciano, ma io, se voglio un pacchetto di caramelle, me lo compro.

A parole.

Ma dopo tre mesi che continuavano a martellarmi… L’ho fatto solo per smetterla di sentire i miei amici.

See, chi voglio prendere in giro. Mi sono fatto tirare dentro come un cretino, e poi, lo facevano tutti!

Solo che non saranno stati così impediti come me, sembravo un bradipo!

Allunga la mano, non guardarlo in faccia ma sbircia che cosa sta facendo, ritira la mano, ma continua a non guardarlo, fai l’indifferente, prendile velocemente, ma non guardarlo, ficca la mano in tasca, ma soprattutto non guardarlo, e poi l’ho guardato: e lui mi fissava, con aria di disapprovazione. Mi aveva beccato.

Ma sì, in fondo mica ho ammazzato qualcuno. Come che si dice in questi casi?  E stata una ragazzata. Beh, non poteva dirlo pure questo qui? No. Lui chiama i miei genitori!

Quasi quasi era meglio la polizia.

Sì, sì, io dico «era così per provare, lo fanno tutti», non è che mi può ammazzare. Però… se dico così, va a finire che risponde «Ma che razza di gente frequenti?»  capace che mi obbliga a non vedere più gli altri… porca miseria! Devo inventarmi un’altra scusa.

Quella è la macchina dei miei? No, meno male.

Mancherà poco che arrivano, sembra una vita che sto qui. Dai, pensa!

Una scommessa! Sì, ma con chi? Beh, magari posso dire che l’ho fatta con uno che mi sta sulle scatole. Così pure se mi vieta di vederlo che mi frega. Però faccio la figura del pirla. Uno mi dice che non sono capace di fregare un pacchetto di cicche e io, da ebete, lo faccio…

Ma tanto la figura da ebete la faccio comunque… E poi, se vogliamo essere onesti, è proprio quello che ho fatto.

E così chi li tiene più, «E se uno ti dice di buttarti sotto un treno…»

No. Mi serve qualcos’altro. Un impulso incontrollabile!

Sì, così poi va a finire che mi manda dallo psicologo.

Aaargh! Devo pensare a qualcosa!

Eccola che arriva. Porc… che dico adesso? E’ entrata, è andata subito a parlare col tizio.

Non mi ha nemmeno guardato. Cosa fanno ora? Si sono messi a parlare dietro l’espositore delle patatine. Non riesco a vederli. Magari se mi sposto un po’. Ecco. Da qui almeno vedo la schiena di mamma. Sta sussultando. Non starà mica piangendo?

Dai, per favore! E’ solo un pacchetto di cicche! Non ho mica scippato una vecchietta!

Aspetta, magari ride. Sta ridendo? Beh, non è carino, ma almeno vuol dire che la presa bene. Verrà qua, mi dirà: «Alzati cretino, e vai a chiedere scusa a Carlo» o Giuseppe o Casimiro o come cavolo si chiama ‘sto tizio, e sarà finita qui.

Eppure non mi sembra che stia ridendo, ma neppure piangendo, magari ha solo il singhiozzo.

Che cavolo, sto andando in paranoia! Vi sbrigate o no?

Ecco! Si è girata a guardarmi. Dalla faccia non riesco a capire se è arrabbiata o no. Certo non sembra contenta, ma nemmeno nera. Eppure di solito riesco sempre a capirla, ora invece mi sembra di guardare una di quelle giocatrici che si vedono nelle partite che danno in Tv, mancano solo gli occhiali da sole.

Da dove ha tirato fuori ‘sta faccia da poker? Mia mamma: la giocatrice d’azzardo.

Vabbè, smettila di pensare ‘ste assurdità. Ha ripreso a parlare con il tipo. Ora li vedo meglio, lui continua a annuire. Bene, gli starà dicendo che non è il caso di farla troppo lunga, che è stata solo una ragazzata e che promette che non lo farò più. E, in effetti, non ho più intenzione di mettere un piede in questo bar. Ha perso un cliente. Anche se mi sa che va bene pure a lui se non mi vede più.

Ok, ok, mamma sta arrivando. Si è seduta davanti a me al tavolo e mi guarda con ‘sto nuovo sguardo indecifrabile.

«Sei un cretino»

L’ha detto così, con tono neutro, non per offendermi più che altro come una constatazione.

«Ho fatto una cretinata» puntualizzo.

«Mi sono messa d’accordo con Sandro, non sporgerà denuncia»

See, denuncia! Per chi mi ha preso? Vabbè che sono scosso per essere stato beccato, ma da qui a bermi che il tizio voleva addirittura sporgere denuncia.

«Per punizione, per farti capire l’importanza di non rubare in generale e, in particolare, perché tu capisca quanto sia odioso farlo a scapito del lavoro degli altri. Abbiamo deciso che verrai qua a lavorare il sabato pomeriggio. Sino a quando non avrai rimborsato Sandro di tutto quello che gli hai preso senza pagare»

«Ma sei impazzita! Cosa sono? I lavori forzati?» non posso trattenermi da dire, beccandomi uno sguardo di fuoco da parte di mia madre.

Poi mi viene in mente che ho preso solo un pacchetto di gomme, che varrà sì e no ottanta centesimi.

«Ok, scusa, scusa. Non volevo dire impazzita. Me lo merito» dico fingendomi rassegnato «Ma è la prima volta che gli ho preso qualcosa, giuro. Quindi? Quanto devo fare? Dieci minuti? Un quarto d’ora?»

«No, no. Sino a quando non avrai imparato abbastanza di questo mestiere, le tue ore non avranno valore. Di certo non ti puoi aspettare che qualcuno ti paghi per un lavoro che non sai fare»

«Che vuoi dire? Prima devo lavorare per imparare? E se quello dice che non imparo mai che faccio? Lavoro qui tutta la vita per ripagare uno stupido pacchetto di gomme?»

«Non ti preoccupare, conosco Sandro, non farebbe mai una cosa del genere. E’ una persona onesta»

Non aggiunge “lui” ma è come se lo facesse.

«Eddai mamma! Non posso mica passare qui dentro tutti i sabati pomeriggio»

«Sei tu che ti sei messo a rubare, non te l’ho detto io di farlo. Comunque, se non vuoi venire a scontare la tua punizione vorrà dire che resterai senza paghetta da qui alla fine dell’anno scolastico e che a Natale doneremo in beneficenza i soldi per i tuoi regali»

Porca miseria! E’ un ricatto bello e buono! E’ lei che si meriterebbe di essere denunciata, dovrei chiamare il telefono azzurro.

Già, ma poi che gli dico? Ho rubato in un negozio e mia madre non mi da più la mancia?

Quelli sentono tutto il giorno storie di bambini picchiati dai loro genitori senza motivo, come minimo mi dicono che me lo merito.

«Ok» cedo «Verrò a lavorare qui»

 

E’ il quarto sabato che lavoro allo Sbarellato. All’inizio è stata dura, il barista mi ha messo a fare tutti i lavori più pesanti e schifosi, ma poi Sandro è intervenuto e gli ha detto di andarci piano e di farmi provare a lavorare con la macchina. Devo dire che fare caffè e cappucci è più divertente di quello che pensavo. Certo, i primi non mi sono venuti un granché, ma ora riesco a farne di passabili, stando a quello che dice Sandro, che è l’unico che li beve, dice che è meglio che sia così.

«Almeno sino a quando non saremo certi che non avveleni i clienti»

Il tipo è più simpatico di quello che credevo, ha avuto una vita incasinata da ragazzo, ora si è messo a posto. Ha una moglie e una bimba piccola che ogni tanto passano dentro in negozio a trovarlo e una macchina scassatissima. In generale non è che se la passa troppo bene, ma non si lamenta mai ed è sempre gentile con i clienti.

Onestamente più passa il tempo e più mi spiace aver provato a fregarlo, cavolo, in pratica a soldi sto messo meglio di lui, cioè in realtà sono i miei a essere messi meglio, ma la sostanza è quella.

A scuola, appena hanno saputo di quello che era successo e che mi toccava fare è scoppiato il finimondo, la metà dei miei amici mi ha dato del cretino per essermi fatto beccare e l’altra metà per aver provato a rubare. L’unica cosa su cui erano tutti d’accordo era che mi meritassi la punizione. E, in effetti, me la merito, ho scoperto che non è poi così vero che rubano tutti, è una specie di leggenda metropolitana, la maggior parte dei ragazzi entra e paga: a parte qualche cretino che si fa tirar dentro dagli amici.

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Microdramma di Davide Piccirillo è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://piccoliscritti.com/2014/07/07/microdramma/.